Ill.mo Professor Monti
Ella è percepita come espressione di quella cultura economica che non ha saputo prevedere e curare la crisi che ci attanaglia. La stessa cultura economica che ispira la Bce e le altre Organizzazioni economiche internazionali che chiedono ancora tagli e sacrifici. Ancor oggi pochi ed inascoltati economisti di quella scuola hanno alzato la voce per dire che la causa principale dell’attuale malessere dei mercati è da far risalire alla politica tenuta nel corso del 2011 dalla Bce nel suo tentativo di ridurre la massa monetaria e rincarare il danaro per imbrigliare un’inflazione che non c’è e non può esserci per decenni a venire.
Cionondimeno noi confidiamo in Lei e nella Sua sincera volontà di por rimedio presto e bene all’attuale diffuso e pericolosissimo malessere economico. Quindi oggi all’Accademia si chiede non di eseguire disposizioni e raccomandazioni provenienti da quelle Organizzazioni ma un bagno di umiltà, la ricerca di un percorso alternativo a quello ancora dominante e il riconoscimento degli errori fatti dagli economisti più ascoltati d’Italia e del mondo per pervenire ad una inversione ad “U” nella politica economica, monetaria, creditizia e finanziaria europea. (con noi: Guido Tabellini sul Sole 24 ore 10 agosto 2011 “Il coraggio che la Bce non ha, l'urgenza italiana”)
Già in concomitanza dei primi passi delle Sue consultazioni i mercati stanno scontando negativamente gli effetti di prelievi fiscali, misure previdenziali e l’altro che -si dice- il Suo futuro Governo introdurrà.
Si sta ripresentando quanto già visto in tutto l’anno 2011 e cioè di mercati che gli economisti suppongono chiedano austerità ma che crollano appena dopo averla avuta.
In realtà i mercati stanno cercando di far sapere che non è il rigore che serve ma la crescita. Solo una crescita forte restituirebbe: credibilità ai debiti (pubblici e privati), stabilità sociale, prospettive per investimenti e giovani generazioni. Non v’è altra strada e il rigore evira ogni possibilità in questo senso.
Una crescita poderosa è possibile solo se fondata su maggiore libertà di intrapresa per le imprese di minori dimensioni e quindi si tratta di crescita non promossa ed assistita da ulteriore spesa pubblica. Le imprese più piccole -per la loro flessibilità e numerosità- sono in grado di rilanciare reddito ed occupazione in breve tempo solo se le si lasci libere di operare. Il fisco, la burocrazia, la previdenza, le banche, la contrattualistica del lavoro devono tutti fare un passo indietro e riconoscere la assoluta priorità delle esigenze del mondo delle imprese più piccole. Assoluta priorità significa che le esigenze della micro e piccole aziende vengono prima (solo in ordine di tempo, ovviamente) delle contingenti esigenze di bilancio pubblico.
Abbiamo osato scriverLe confidando nella Sua Alta sensibilità di uomo di Accademia e nella assoluta certezza che il percorso suggerito -con forse eccessiva convinzione- dalle autorità europee è errato ed autodistruttivo. I negozi sono vuoti e l’economia ferma; soffrono impiegati e disoccupati, imprese e banche, aziende piccole e grandi; le nicchie che ancora godono di buona salute economica potrebbero perderla se gravate dai nuovi pesi fiscali e burocratici che si preparano. Le misure recessive lungi dall’essere risolutive dell’attuale malessere finanziario ed economico lo aggravano e accelerano l’epilogo catastrofico della crisi. Ancor peggio è da dirsi per le aree in ritardo nello sviluppo.
Il problema del debito pubblico è stato malamente gestito da tutti i governi passati e molto mal compreso dagli studiosi passati e odierni. Esso può essere affrontato e avviato a soluzione in ambito esclusivamente finanziario innovando drasticamente nella sua gestione allungandone la vita, legandolo alle privatizzazioni e al mondo del credito ottenendo così una drastica ed immediata riduzione del suo costo e del suo ammontare.
Gli effetti possono essere immediati e senza contenuti recessivi.
Nel contempo vogliamo esprimerLe e rinnovarLe la nostra accorata, sincera e rispettosa supplica di non continuare per la strada del risanamento meramente contabile (ottenuto quindi con misure recessive e penalizzanti dei comparti produttivi come le patrimoniali e ulteriori persecuzioni fiscali), ma di pensare ad un risanamento economico del nostro Paese. Che è cosa molto differente.
Siamo certi di avere pochissime probabilità di ascolto e di risposte ma i nostri colleghi, i nostri amici e i nostri figli potranno dire che abbiamo tentato di tutto per evitare l’ulteriore peggioramento dell’andamento della nostra economia. Ed è questo il nostro compito verso quel pezzettino di Storia che contribuiamo a scrivere.
Con i sensi del rispetto più sincero per l’Istituzione che sta per incarnare porgiamo deferenti omaggi.

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