Ed è certo vero che qualche numero ogni tanto non fa poi male. Soprattutto se la situazione, come ora, è tale da richiedere un minimo di impegno nel capire qualcosa in più. In sostanza, il tracollo di questi giorni ci sta portando dritti alla rovina?
Ogni giorno sentiamo di nuovi minimi segnati dalle quotazioni dei nostri titoli di stato. Lo Spread con il Bund turba i nostri sogni di risparmiatori e di italiani.
Saremo costretti ad andare dallo psicologo (se potremo permettercelo, ovviamente) o basterà dare un’occhiata alle quotazioni con un’ottica più ampia?
Premetto che lo spirito con cui voglio diffondere questi dati non è di minimizzare ciò che sta succedendo. Tutt’altro.
Ci serve solo a capire come l’informazione prevalente non ci aiuti a comprendere i reali accadimenti. Decontestualizza continuamente le notizie, alla costante ricerca di tutto ciò che possa destare sensazione. Vendono.
Vendono continuamente. Cosa? Vendono notizie. Per carità, non fanno nulla di male, salvo forse turbare qualche nostro sonno di troppo. Fanno solo il loro lavoro. L’importante per noi è saperlo e regolarci di conseguenza. Qualche numero allora.
Iniziamo con il BTP, prendendone ad esempio un decennale di cui tanto si parla, con scadenza 1/2/2020. Questo titolo è stato emesso nel 2004 a 100 e ne rimborserà altrettanto nel 2020. Salvo default ovviamente. Nel frattempo lo Stato paga al possessore una cedola del 4,5% annuo. Pochi mesi dopo l’emissione, a giugno 2004, il titolo in oggetto aveva subito un calo delle quotazioni pari a circa il 4% e valeva quindi 96.
Cosa significa? Che il tranquillo possessore aveva maturato in quattro mesi poco più dell’1% di interessi e aveva perso il 4% sul capitale. Perdeva cioè il 3%. Su un tranquillissimo Titolo di Stato. Perché non ne era allarmato? Con tutta probabilità non lo sapeva nemmeno I Tg delle 20, infatti, non ne avevano riportato la notizia...
Ma la pazienza, si sa, è la virtù dei forti. Un anno dopo, a settembre 2005 la quotazione del medesimo titolo era di 110.
Aveva quindi percepito interessi al 4,5% per un anno e mezzo e guadagnato il 10% sul capitale. Fantastico. Un ottimo investimento. Cosa c’è di meglio, infatti, di uno strumento senza rischio con un rendimento così interessante?
Cammin facendo, detenendo il titolo e continuando a percepire le cedole, le quotazioni hanno raggiunto 94 punti. Era il 2009, l’apice della crisi relativa ai mutui sub-prime.
Da quei livelli si è risaliti fino a 107 punti esattamente un anno fa, nell’ottobre del 2010. E oggi? Le quotazioni sono intorno a 91 punti: poco sotto i livelli del 2009.
Non un grande rendimento, quindi, ma niente perdite sconvolgenti. Eppure si parla tanto di cali clamorosi e addirittura di possibile default. Vabbè, tanto le parole sono gratis... E i rischiosissimi mercati azionari? Le quotazioni attuali sono ben il 65% in meno rispetto ai massimi storici segnati ad inizio 2000, bissati nel 2007 Una bella mazzata. Addirittura sono -10% rispetto ai livelli segnati dal boom del 1986.
Ed appena sopra i valori massimi raggiunti nel 1994, quando ci si attendeva la vera rinascita della prima Italia Berlusconiana. La situazione attuale è gravissima?
Non direi, considerato che siamo a +18% rispetto ai minimi segnati nel 2009.
Riassumendo: i mercati sono bassi ma non in crollo verticale, come sembra invece di capire ascoltando la cronaca minuto per minuto.
La situazione non è più grave di quella vissuta due anni fa.
Parliamo costantemente di crisi e della ricerca di porti sicuri, ma negli ultimi due anni e mezzo i mercati azionari si sono comportato meglio di quelli obbligazionari.
E all’estero? I Bund ed i T-Bond, omologhi in tutto e per tutto ai nostri BTP rispettivamente di Germania ed Usa, sono ai massimi storici. Mai i tassi su scadenze così lunghe sono stati bassi come ora. I mercati azionari globali quotano il quadruplo (+300%) rispetto al “Craxiano” 1986. Sono il doppio (+100%) rispetto al “Berlusconiano” 1994. Ricordiamo la bolla del dot-com nel 2000? Da allora hanno perso il 30%, esattamente come dal 2007. Ed hanno guadagnato il 60% dai minimi del 2009, segnati nel post-Lehman.
Quindi? L’investimento internazionale, sia azionario che obbligazionario ha reso in questi anni molto meglio di quello nazionale. Un buon motivo per abbandonare, da investitori s’intende, l’Italia? Forse. Ma certamente un ottimo motivo per diversificare sempre e comunque il proprio portafoglio. E l’Italia? Quale la lezione dei guru della finanza? Da Warren Buffet a Zio Paperone la morale è sempre quella: ‘comprare a poco e vendere a molto’. Con un po’ di calma e sangue freddo, e possibilmente con una guida illuminata, quando i prezzi scendono si possono fare gli acquisti giusti su ogni mercato. Anche stavolta.

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