Una domanda trappola, una domanda malvagia, costruita per amplificare le tensioni e divisioni: “E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?”
Al nemico, all’invasore. Posta a Gesù, che intendeva eliminare il concetto stesso di nemico.
Se avessimo tra le mani quella moneta romana, capiremmo molto di più: il profilo dell’imperatore non era un semplice omaggio al cesare di turno, ma indicava la proprietà. Egli era il proprietario di quell’oro e chi l’aveva in mano ne era solo un proprietario temporaneo.
“Questa moneta appartiene a Cesare, va restituita”.
Nella seconda parte della risposta sorge la profezia di Gesù, quanto alla questione politica e storica, sul rapporto tra uomo e uomo, risponde conducendoci in profondità al rapporto tra l’uomo e Dio.
L’iscrizione sulla moneta diceva “al Divino Cesare” o “al Dio Cesare”.
Gesù vuole disinnescare proprio questa sintesi pericolosa: Cesare non è Dio.
“Rendete a Dio quello che è di Dio”, la terra l’universo, tutti i viventi (sal.24,1).
A Cesare vadano le cose, a Dio le persone.
Cesare non ha diritto di vita o di morte sulle persone, non ha il diritto di violare la loro coscienza, non può impadronirsi della loro libertà.
A Cesare non spetta il cuore, la mente, l’anima. Spettano a Dio.
A ciascuno dice:non iscrivere appartenenze nel cuore che non siano a Dio. Liberi e ribelli ad ogni tentazione di possesso, è necessario ripetere a Cesare: non ti apparteniamo.
Per Gesù Dio non è il potere oltre ogni potere, è amore. Non è il padrone delle vite, è il servitore dei viventi. Non un Cesare più grande degli altri Cesari, ma un servo sofferente per amore.
Gesù impiega un verbo che non vuol dire solo ”date”, ma più precisamente ”restituite”, “ridate indietro”. Perché nulla di ciò che hai è tuo, di nulla sei proprietario, se non del cuore e questo devi restituire.

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