Forse dirò qualcosa di impopolare. Forse qualcosa di demagogicamente scontato. Sta di fatto che a me, persona alle soglie dei quaranta, la festa della donna, così com’è non piace. Anzi, mi lascia perplessa. Mi intristisce. Innanzitutto non capisco perché le donne, per festeggiare, devono necessariamente scimmiottare gli uomini, devono imitarli nelle loro peggiori rappresentazioni. Poi mi riesce difficile condividere la gioia effimera di chi crede che sia sufficiente mostrare i muscoli, per un giorno all’anno, per sentirsi realizzate.
Ma poi realizzate in cosa? In una uscita notturna a caccia di un incontro corsaro; in una serata hot con le amiche in ristoranti e discoteche piene zeppe di donne esagitate che sbavano guardando ballerini e spogliarellisti lucidissimi, unti e madidi di sudore; nella rivincita sul compagno, sul marito, sul fidanzato, che, per una sera deve tenersi i bambini, deve “accontentarsi” di uscire con gli amici. Triste. Decisamente triste.
Anche perché per noi donne c’è davvero poco da festeggiare. In nome di una uguaglianza dei sessi, che non è mai stata riconosciuta se non su carta, abbiamo perso di vista l’essenziale. Abbiamo rinunciato a quanto di più bello e unico abbiamo “per natura”. Esercito di virago posticce ci illudiamo, spesso, di aver vinto. E invece abbiamo perso. A parità di capacità, di professionalità, di età, ai vertici vengono scelti sempre e solo gli uomini a meno che la donna in questione, la “miracolata”, non sia moglie, sorella, figlia, amante di un uomo; ed anche per le mansioni più semplici, spesso, le aziende private preferiscono assumere uomini, specie se la candidata è ancora in età fertile Perché? Potrebbe decidere di diventare mamma e, a quel punto, diventerebbe solo un costo e in tempo di crisi…
E poi le quote rose sempre sottodimensionate, anche se c’è un provvedimento che qualche buontempone ha varato proprio l’8 marzo di qualche anno fa; e le discriminazioni verbali oltre che concettuali e moralistiche: se un uomo frequenta più donne è un macho, se è la donna a farlo è una poco di buono. Ed è inutile, a questo punto, soffermarsi su questioni che rasentano il gossip o peggio ancora le chiacchiere da barbiere.
Perché c’è un altro mondo che, forse, meriterebbe più attenzione: quello delle donne abusate; di quelle che sono costrette ad abortire perché non possono avere il loro bambino, non possono garantirgli la sopravvivenza; di quelle stuprate nell’anima e nel corpo dagli sconosciuti, ma anche dagli uomini di famiglia, padri, fratelli, nonni, zii, cugini; dagli ex fidanzati, mariti, amanti; dal giudizio degli altri, da un mondo che ragiona al maschile.
E allora l’8 marzo diventa la festa del non senso. E quel ramoscello di mimosa che qualcuno decide di regalarci diventa un po’ come l’elemosina di pochi spiccioli che il ricco riconosce al mendicante che incontra: pochi centesimi che non cambiano il suo bilancio ma lo fanno sentire a posto con la sua coscienza.
“Mi persuado ogni giorno di più che non c’è studio più inutile di quello dell’economia politica (…). Perché costringere gli studenti a studiare quella roba?”
A scrivere questa affermazione non era uno sprovveduto ma un certo Vilfredo Pareto che di economia ne capiva, tanto da contrassegnare gli studi economici dell’inizio del secolo scorso.
La domanda è da riproporsi oggi con una nuova formulazione.
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Alcune sere fa ho avuto modo di riguardare in vhs una vecchia commedia italiana girata negli Stati Uniti agli inizi degli anni novanta ed intitolata California Dreaming, in cui i vari personaggi, interpretati da noti attori italiani, organizzavano un viaggio coast to coast per visitare, scoprire e conoscere la cultura e la movida americana. Inutile aggiungere che la meta finale doveva essere la tanto desiderata California, lo stato che per eccellenza allora incarnava tutti i sogni ed aspettative di libertà, divertimento, appagamento e spensieratezza di vita. Sono passati ormai quasi 20 anni da quella pellicola, direi che oggi dovrebbero proporre un remake intitolandolo California Nightmare.
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Sappiamo tutto delle manovre e degli esperimenti in Iran sui missili. Sappiamo la loro gittata e sappiamo che potrebbe colpire Israele.Sembra che l’Iran si sta attrezzando per costruire una o due bombe atomiche. Non mi fa paura che uno stato si fabbrichi le sue bombe mi fa più paura il fatto che sia partita una campagna mediatica su questo accadimento. Non possiamo non ricordare come è partita la guerra in Iraq.
Sembrava che l’ex alleato degli USA si fosse attrezzato per le più micidiali armi chimiche della storia e avesse dichiarato guerra al mondo intero. Poi abbiamo scoperto che aveva un esercito così scalcagnato che si arrendeva alle telecamere. Da quel pretesto sono passati 10 anni di occupazione militare. Ora le truppe sono state ritirate senza che sia stato spiegato al mondo per quale motivo
è stato invaso un paese sovrano.
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Seconda tappa: Il mercato o come si dice adesso i MERCATI Pare che l’ultima manovra finanziaria non abbia risolto nessuno dei problemi dell’Italia ma ha rassicurato i mercati.
Non il mercato ma i mercati. Di chi la colpa della crisi: dei mercati.
Non il mercato, come può essere il mercato dell’auto, il mercato dei cereali, il mercato delle assicurazioni ma i mercati come una entità indistinta.
Se è colpa dei mercati in modo indistinto non è colpa di nessuno in particolare. Non si sa che cosa siano i mercati ma si sa che esistono e provvedono a regolare la nostra vita.
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Ma dove è finito Silvio Berlusconi? Alla Scala di Milano, per l’inaugurazione della stagione lirica, c’erano proprio tutti, a cominciare dal Presidente della Repubblica Napolitano e dal New Premier Monti, mancava solo lui: il Cavaliere. Eppure il grande successo del Don Giovanni di Mozart, che ha aperto il corso d’opera, avrebbe potuto suscitargli grande interesse e magari immaginare che degli oltre dieci minuti di applausi, qualcuno lo riguardasse, per la sua passione affine a quella del Don Giovanni: le donne. Ma lui non c’è, l’onorevole Berlusconi non è seduto tra il pubblico politico al teatro.
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Non per atteggiarmi a Mario Platero, straordinario corrispondente da New York per Il Sole 24 ore, ma la visione di Teddy Forstman, miliardario-filantropo statunitense recentemente scomparso, non può non aderire perfettamente allo scenario attuale.
E se questo non c’è BTP Day che regga. Mi spiego meglio, cercando di fare il punto sulla situazione. L’economia, dicevamo, è tutta una questione di prezzo.
Tutto ha un valore che corrisponde al prezzo per il quale si è disposti ad acquistare quel bene. I titoli di stato? I nostri al 6,5-7% trovano un certo numero di compratori.
Quelli tedeschi al 2% ne trovano meno.
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Dopo la caduta delle torri gemelle, lo tsunami di Fukushima, i gialli di sesso e droga... si è scoperto che i racconti più sensazionali sono nelle cronache di tutti i giorni. Così è da dire per la questione della crisi finanziaria. Da dove viene? dalla finanza, è certo, ma la paga l'economia (che non ne ha colpa né i mezzi per porvi rimedio). Chi ha guidato la finanza nel baratro? le Università di econometrica come la nostra Bocconi, (che poi viene chiamata a curare i mali che ha contribuito a creare anche se non li ha previsti, nè capiti!).
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Ill.mo Professor Monti
Ella è percepita come espressione di quella cultura economica che non ha saputo prevedere e curare la crisi che ci attanaglia. La stessa cultura economica che ispira la Bce e le altre Organizzazioni economiche internazionali che chiedono ancora tagli e sacrifici. Ancor oggi pochi ed inascoltati economisti di quella scuola hanno alzato la voce per dire che la causa principale dell’attuale malessere dei mercati è da far risalire alla politica tenuta nel corso del 2011 dalla Bce nel suo tentativo di ridurre la massa monetaria e rincarare il danaro per imbrigliare un’inflazione che non c’è e non può esserci per decenni a venire.
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Prima tappa: oscillazioni di borsa, società di rating e credibilità. Mentre quasi tutta la stampa elogia il governo Monti come la panacea di tutti i mali d’Italia e d’Europa, forse è il momento di spiegare qualche meccanismo che i giornali stanno trascurando per privilegiare titoli di nessuna valenza come: sono stati bruciati in borsa tanti miliardi.
Oppure: le società di rating hanno espresso la loro sfiducia mettendo o togliendo qualche A o
qualche altro parametro.
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L’Occidente e gli Stati Uniti hanno sempre più voglia di un’altra guerra, possibilmente umanitaria. Che tradotto sarebbe fare la guerra in casa d’altri.
Dopo aver liquidato la Libia, tocca alla Siria ed all’Iran. Storicamente le guerre sono state la soluzione ideale per il superamento delle crisi economiche e ci sono le condizioni di una crisi.
Per l’Iran si sta elaborando la solita guerra mediatica. Dopo avere bombardato l’Iraq di Saddam colpevole di avere un micidiale arsenale di armi chimiche da guerra, toccherà all’Iran. Se poi queste micidiali armi chimiche non siano state mai trovate è un dettaglio che abbiamo tutti dimenticato. Questo episodio dovrebbe spingere l’opinione pubblica mondiale ad una maggiore prudenza.
Ma l’opinione pubblica è formata dalle notizie che le maggiori agenzie lanciano agli organi di stampa che a loro volta hanno perso il senso critico per insussistenza del filtro culturale dei giornalisti in carne ed ossa.Costa meno ribadire le notizie di agenzia che un corrispondente mediamente informato sul luogo dell’evento.
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L’adolescenza, dal latino adolescentia che deriva da adolescere e significa crescere, questa fase più o meno lunga del passaggio dall’infanzia all’età adulta, si sa, è un periodo molto critico nello sviluppo della personalità di un ragazzo, e per ciò anche molto difficile se egli non ha l’appoggio e il riferimento di persone adulte e mature, che di solito s’identificano con i genitori.
La causa della difficoltà esistenziale dell’adolescente, penso che sia la dolorosa consapevolezza di iniziare a sentire da uomo, o da donna, nella repentina e conturbante metamorfosi fisica e psichica che si vede accadere, ma di essere trattato e dovere continuare a pensare da bambino, o da bambina, dagli adulti che non comprendono e si lasciano cogliere impreparati da tale trasformazione, forse per la velocità con cui accade il fenomeno della pubertà, o semplicemente per superficialità o cecità, o addirittura per loro stessa immaturità.
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