Sono passati 5 mesi dal primo bombardamento in Libia e la qualità delle risposte dei nostri ministri non è cambiata. Abbiamo ancora difficoltà a sapere dal nostro Ministro della difesa e dal nostro Ministro degli esteri se l’Italia è in guerra o no. Ci hanno detto che l’Italia è in guerra, ma solo un po’. Senza esagerare. Per cui non ci proviamo neppure a porre la domanda: quali sono gli interessi dell’Italia in questo conflitto?
Non ci sono risposte dal momento che non si sa ancora se siamo stati coinvolti in un conflitto.
Proviamo noi a ricordare qualche numero ai nostri ministri dal momento che abbiamo l’impressione che le forze in campo (alleati?) tengano all’oscuro i nostri rappresentanti.
Da quanto tempo stiamo o stanno bombardando la Libia? Siamo al quarto mese di bombardamenti. Tanto è il tempo trascorso da quando il nostro presidente del Consiglio dichiarava che non voleva disturbare il suo amico Gheddafi ed il nostro ministro Frattini non veniva neppure convocato dai rappresentanti della Nato.
Durante questo tempo senza che il ministro della difesa se ne accorgesse, evidentemente, sono stati realizzati dalla Nato più di 11.000 attacchi aerei e 4.300 missioni di attacco non aereo. I morti secondo fonti di Tripoli a causa dei bombardamenti Nato si avvicinerebbero al migliaio.
Questa cifra non comprende i morti per effetto dei bombardamenti sulle infrastrutture degli ospedali
e non considera l’ipotesi denunciata da organi britannici dell’uso di uranio impoverito i cui effetti
si prolungano nel tempo.
In compenso Gheddafi gode del riflesso patriottico che i bombardamenti provocano sulla popolazione.
Ma abbiamo altre cifre. I dirigenti del CNT (Comitato Nazionale Transitorio) i ribelli, insomma i buoni (quelli che fino a ieri erano i killer di Gheddafi) hanno affermato che con i bombardamenti sono stati salvati un milione di vite umane. L’operazione bombardamento la possiamo considerare chiusa in credito di vite umane secondo questa contabilità. Ma chi sono esattamente questi ribelli? Inutile chiederlo ai nostri ministri.
Raccontiamo anche ai nostri ministri un ulteriore bombardamento subito dai libici. Quello della ricchezza finanziaria della Libia. Anche questo non è molto conosciuto. Sentiamo cosa dice il Wall Street Journal. Dopo la revoca dell’embargo del 2004 da parte degli USA e della UE, decine di banche si sono riversate in Libia. Praticamente tutte le maggiori banche di investimento del Mondo. Fra queste la Goldman Sachs con sede a New York. L’autorità libica aveva affidato alla Goldman Sachs 1 miliardo e 300 milioni di dollari di fondi sovrani (Obbligazioni garantiti dallo Stato, usati dagli stati arabi con i profitti del petrolio).
Un anno dopo la Goldman Sachs fa sapere che per effetto della crisi finanziaria il fondo libico aveva perso il 98 per cento del valore.
Da 1 miliardo e 300 milioni di dollari il fondo si era ridotto a 25 milioni di dollari. Ci fu un tentativo da parte della banca di offrire come risarcimento agli imbestialiti libici quote azionarie della stessa banca. Ma i libici minacciarono un’azione legale internazionale che se attivata indipendentemente dal risultato risarcitorio avrebbe stroncato la credibilità della Goldman Sachs.
Da una inchiesta del New York Times anche altre banche di investimento si era prodigate a distruggere il valore dei fondi libici. Fra queste: la Permal (sede a Baltimora) che ha ridotto il valore di 300 milioni di dollari del 40 per cento ma riscuotendo per i suoi servigi 27 milioni
di dollari. Poi, sempre su questo ordine di cifre anche il comportamento di altre società di investimento si sono accodati alla corsa per l’impoverimento dei fondi libici. Ci sono tutte. L’olandese Palladyne, la francese Bnp Paribas, la britannica Hshc, la svizzera con il Credit Suisse.
La Libia era decisa ad intraprendere un’azione giudiziaria internazionale. Sfruttando tutte le soluzioni giuridiche internazionali.
Possiamo immaginare l’effetto nel mondo sulla credibilità di queste “prestigiose” banche di investimento. Ma a tutto c’è rimedio quando si tratta di salvare le banche.
La soluzione è avvenuta guarda caso alla vigilia dell’azione giudiziaria internazionale.
Lo scorso Febbraio gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno “congelato” i fondi sovrani libici.
Praticamente hanno steso una coperta che ha nascosto la gestione delle banche di investimento.
Ma non basta. Custodi dei fondi sono state nominate le stesse banche così brave e virtuose.
Ancora, a Marzo sono iniziati i bombardamenti. I bombardamenti non hanno tuttavia impedito
alla Hsbc ed ad altre banche di creare a Bengasi, sotto le bombe, una nuova “Central Bank of Libia” per gestire i fondi sovrani libici scongelati.

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