Lo Yemen è un paese povero e forti sono gli attriti con il grande e ricco vicino, l’Arabia Saudita.
Gli yemeniti sono la maggior parte degli immigrati in Arabia, sono quelli che “fanno i lavori che i sauditi non vogliono più fare”.
Ma la gioventù yemenita non è rimasta indietro. Sono ragazzi istruiti e che usano internet, come i loro colleghi tunisini ed egiziani. Sono i ragazzi della primavera araba. Sono quelli con cui, da circa tre mesi, fa i conti il regime di Saleh.
Ali Abdullah Saleh, classe 1946, era presidente dello Yemen del Nord dal 1978 quando il paese era diviso, appunto, nello stato del nord (abitato perlopiù da musulmani sunniti) e del sud (cristiani ed ebrei). Nel 1990, dopo l’unificazione, Saleh diventa presidente dello Yemen moderno.
Venerdì 3 giugno di quest’anno un attacco alla moschea del palazzo presidenziale lo ferisce gravemente: ha una scheggia conficcata vicino al cuore e delle ustioni di secondo grado sullo stomaco e sulla faccia. Il Presidente Saleh si rifugia in Arabia Saudita, a Riad, dove viene operato al torace.
La GCC, Consiglio di Cooperazione del Golfo, con il pieno appoggio della Casa Bianca, preme per una transizione immediata dei poteri e invita Saleh a dimettersi entro 30 giorni in cambio di un’immunità dai procedimenti giudiziari. Chiedono che lasci il posto a un governo di transizione che dovrà convocare le elezioni presidenziali due mesi dopo.
Si accoda anche il coro dei leader di cinque paesi europei: c’è Silvio Berlusconi, Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, David Cameron, e José Luis Zapatero. I leader europei chiedono che “il popolo voti in modo democratico”.
Ora, lasciatemelo dire, quando le potenze occidentali si mettono a parlare di democrazia riferendosi a qualche altro paese, non c’è mai nulla di buono.
Quando parliamo di Yemen, parliamo di circa 3 milioni di barili di petrolio che passano ogni giorno attraverso lo stretto di Bab el Mandeb, un passaggio strategico fondamentale che collega il Mar Rosso e il Golfo di Aden.
Una situazione di instabilità nello Yemen comprometterebbe il traffico delle petroliere attraverso lo stretto con conseguenti ripercussioni sui prezzi del petrolio e sulle forniture mondiali. La crisi politica avrebbe echi profonde e sonore per l’economia occidentale.
Con l’assenza di un potere centrale forte, come è stato quello di Saleh, entrerebbero in gioco le tantissime componenti dello scenario politico yemenita: i secessionisti del Sud, gli Houthi nel nord, i combattenti di Sheikh Sadeq al-Ahmar, capo della federazione tribale degli Hashid in opposizione alle milizie di Saleh. Un quadro confuso ed imprevedibile che cambierebbe le dinamiche economico-politiche della zona. Un quadro che preoccupa molto l’Arabia Saudita, la GCC e gli Stati Uniti.
Attenzione. Non rubiamo agli yemeniti la loro rivoluzione. Non rubiamo la rivoluzione ai tunisini, agli egiziani e ai libici. Non distruggiamo le conquiste di questi figli che combattono per il futuro dei loro padri. Non priviamoli dell’hurria, la libertà, che gridano dalle piazze, l’hurria per cui si sono battuti e che meritano.
Così, dopo questa primavera araba, quando Maometto volerà di nuovo sulle terre del Golfo, troverà un mondo ancora più bello di quello che voleva lasciarci.

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