Barack Hussein Obama cala nei sondaggi in una discesa a capofitto che rivela quanto costi, nei fatti, essere all’altezza delle proprie promesse quando la morsa della disoccupazione non molla e l’attualità incalza. L’esitazione per la questione BP e marea nera, poi la guerra “di necessità” in Afghanistan e Iraq, la pazienza infinita con il sempre più tracotante Iran di Ahmadinejad e infine lo scontro con l’Arizona sull’immigrazione. L’uomo che tutti osannano e al quale hanno dedicato libri, opere d’arte, profluvi di parole, il comandante in capo degli U.S.A. che sa che dovrà guadagnarsi quel Nobel per la Pace che gli è stato preventivamente assegnato, in realtà, paga l’entusiasmo che ha saputo creare intorno a sé e alla sua visione politica e che, per quanti passi egli faccia, non gli permetterà mai di essere il messia che d’un tratto scioglie i nodi dell’America e del mondo in una fase storica complessa: “non so camminare sull’acqua” disse schernendosi all’indomani della sua elezione. La Grande Recessione, la guerra ad Al-Qaeda, la crisi israelo-palestinese, il disarmo nucleare, l’impegno contro i cambiamenti climatici, questi i temi bollenti della sua agenda politica.
Eppure, ha messo finora nel segno parecchi di quegli obiettivi preventivati in campagna elettorale, anzi, ha firmato leggi storiche come non se ne vedevano da anni e ha consegnato discorsi di enorme portata politica e culturale in luoghi “caldi” della terra. Cosa accade dunque? È tornata all’attacco dopo il pesante shock dello smacco elettorale la destra radicale, i think tank dei neoconservatori foraggiati dalle grandi lobby della finanza e dell’industria. Il loro canale mediatico è la Fox News del tycoon Murdoch e i vari radio network della destra che amplificano le accuse di statalismo e alimentano una nuova caccia alle streghe. Numerosi i Tea Party della destra, le manifestazioni di protesta in piazza che ricordano la storica ribellione delle colonie americane a Boston nel 1773 contro l’oppressione inglese. Dopo il fallimento della cospirazione dei “birthers”, ancora incaponiti tuttavia nel negare che Mr Obama abbia la cittadinanza americana sostenendo che sia nato in Kenya e non alle Hawai, fioriscono movimenti inverosimili che teorizzano il complotto antiamericano da parte di un afroamericano non “natural born citizen” e forse musulmano. Insomma, la creduloneria fa proseliti ovunque, anche al di là dell’oceano. La sfrenata campagna di delegittimazione del presidente sembra neutralizzare in parte le sue doti di esperto comunicatore, ma Obama, costituzionalista lucido e razionale, tiene duro e va avanti per la sua strada collezionando piccole ritirate e storiche vittorie. C’è di che far arrabbiare la destra repubblicana.
A cominciare dalla nomina a giudice della Corte Suprema di Sonia Sotomayor, un magistrato portoricano, di umili origini nata nel Bronx e decisamente liberal. È il primo giudice ispanico della storia dell'alta corte Usa, la terza donna che accede al massimo scranno giuridico dell'ordinamento americano.
E che dire delle polemiche insulse sull’incarico come consigliere del presidente per le relazioni con i musulmani a Dalia Mogahed, la prima donna col velo ad essere entrata alla Casa Bianca? È lei che ha aiutato Obama a redigere il memorabile discorso del Cairo, in cui ha dato una sterzata alla retriva politica di Bush e con quel nome per niente imbarazzante, “Hussein”, e la sua biografia da cittadino globale ha teso la mano all’Islam abbattendo gli stereotipi e rimarcando non le differenze ma i comuni valori universali. È l’America dei principi del padri fondatori quella che con Barack Hussein Obama si affaccia in questo secolo, quella che include e non esclude, quella che stupisce e preoccupa Al-Qaeda per l’inasprirsi dell’offensiva verso l’”estremismo violento”, perché i terroristi non sono l’Islam, l’America che non avvalla le spregiudicatezze di Israele e che spinge al dialogo e al rispetto tra i popoli, che apre alla Cina, alla Russia,all’India, al Brasile,al mondo islamico, l’America che sa che naturalizzare 11 milioni di immigrati clandestini significa continuare a fare di quel paese la “land of opportunity”, la nazione in cui anche un uomo nato alle Hawai e cresciuto in Indonesia e a Honolulu con madre del Kansas e padre del Kenya, avvocato per i diritti civili nell’Illinois, può diventare Presidente. Forse è proprio questo che non gli viene perdonato.
Ma dopo la manovra di salvataggio alla finanza, dopo la riforma della sanità e la legge su Wall Street, eccolo pronto a regolarizzare gli illegali d’America. È questa la nuova sfida di Mr Obama.
Ce la farà. Perché, fuor di retorica, è in questa vitale, talvolta difficile mescolanza sostenuta dai valori democratici la combinazione prodigiosa della nazione a stelle e strisce da Jefferson in poi.

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