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Nella profumata Damasco i muezzin cantano ancora, tutti i giorni, cinque volte al giorno, seguendo la luna. Scandiscono il tempo e lo raccontano come fa il sole, come fanno le stelle e come fanno le stagioni.
Che tu sia musulmano, cristiano, buddista, ateo, quel richiamo tocca anche te. Invita a fermarti. È l'alba, è mattina, è mezzodì, è pomeriggio, è sera. Il tempo passa, come sempre. A volte è rassicurante, familiare. A volte è malinconico, a volte angosciante. Soprattutto adesso, in Siria.
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Sono trascorsi 8 mesi dal primo bombardamento. A quel primo bombardamento ne sono seguiti molte migliaia. Ma sempre per proteggere la popolazione. Un tiranno che pochi giorni prima veniva ricevuto dal nostro presidente del consiglio con baciamano è diventato cattivissimo e inaffidabile.
Per fortuna ci sono i ribelli. Chi sono non si sa.
Quello che è sicuro è che non sono certo quelli che a bordo dei PK sparano in aria a favore delle riprese televisive ad aver sconfitto le truppe di Gheddafi. Anzi non le truppe di Gheddafi ma i mercenari di Gheddafi.
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Riscuotere le tasse attraverso la bolletta della luce è una estorsione: “se vuoi la luce devi pagare adesso e qui quello che voglio io”. Questo è il diktat semplicissimo del nuovo dittatore democratico; senza alcun criterio equitativo né considerazione per le necessità dei contribuenti si impone quel che i politici credono essere utile al mantenimento dello statu quo. “Se vuoi evitare il baratro e quindi se vuoi lasciare le cose come stanno” (cioè con questa casta al potere) “devi pagare e siccome qualcuno potrebbe fare il furbo ed evadere ricorriamo alla estorsione” che così viene rappresentata come cosa buona perché utile a non cadere nell’abisso cioè a lasciare le cose come stanno con questi politici al potere.
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Tempi duri anche per l’uomo che poco più di due anni fa infuocò le platee e i cuori di migliaia di americani con il suo trascinante “Yes, we can” e che oltreoceano fece innamorare la vecchia Europa lacerata da sogni impossibili di rivalsa e antiche paure.
Barack Hussein Obama cala nei sondaggi in una discesa a capofitto che rivela quanto costi, nei fatti, essere all’altezza delle proprie promesse quando la morsa della disoccupazione non molla e l’attualità incalza.
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Che cosa succede in Libia? Che fine ha fatto Gheddafi? Chi sono i rivoltosi? Quali sono gli interessi dell’Italia?
Sono passati 5 mesi dal primo bombardamento in Libia e la qualità delle risposte dei nostri ministri non è cambiata. Abbiamo ancora difficoltà a sapere dal nostro Ministro della difesa e dal nostro Ministro degli esteri se l’Italia è in guerra o no. Ci hanno detto che l’Italia è in guerra, ma solo un po’. Senza esagerare. Per cui non ci proviamo neppure a porre la domanda: quali sono gli interessi dell’Italia in questo conflitto?
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Yemen: Si racconta che nel XX secolo il profeta Maometto sia tornato sulla terra per controllare le condizioni del popolo musulmano. E che abbia sorvolato il mondo a bordo di un aeroplano messogli a disposizione dai sauditi. Pare che il Profeta, volando sul Golfo, sia rimasto allibito nel vedere i cambiamenti subiti la quelle sante terre. I grattacieli, le metropoli, il capitalismo avevano corrotto i sacri luoghi dell’Islam e le sue genti. E dei paesi che aveva lasciato nel VII secolo, alla sua morte, non ne riconobbe più nessuno. Eccetto uno: lo Yemen. Questo è un aneddoto che raccontano le guide turistiche quando accolgono le comitive di turisti in un paese senza tempo, dove tutto è apparentemente rimasto fedele all’epoca della fondazione dell’Islam.
Lo Yemen è un paese povero e forti sono gli attriti con il grande e ricco vicino, l’Arabia Saudita.
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In questa progressiva disamina dell’andamento della guerra di Libia: vuoi per la conoscenza dell’andazzo ritrito, concernente il solito iter operativo dei “Papaveri” occidentali, con e senza galloni, che continuano imperterriti a fare gli stessi errori costati carissimo a molti popoli, vuoi per una certa intuitività, sono riuscito ad anticipare gli accadimenti effettivamente verificatisi durante la sudicia guerra in corso nella terra del Rais Muhammad Gheddafì.
Come puntualizzato nelle precedenti disincantate analisi scritte con un tantinello di amara ironia la Coalizione guidata ora dalla NATO, è incappata esattamente nella trappola che avevamo ipotizzato. il Rais capendo che dal cielo pioveva un po’ troppo, specialmente “bombe”, ha messo velocemente in azione i suoi contractors di elite, infiltrandoli in tutte le città riconquistate a suon di cannonate ai “Peones del deserto” meglio conosciuti col nome di Ribelli.
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Cosa c’è di diverso tra ciò che è successo in Tunisia, in Egitto, in Libia e quello che sta succedendo in Siria?
È quello che continuo a chiedermi parlando con i ragazzi della città vecchia: commercianti, studenti, cittadini della medina al quadima, quella in cui sono ambientati molti telefilm arabi, quella delle feste, delle serate, dello shopping. Anche nell’isola felice di Damasco, proprio quella che sembrava immune da cortei e rivolte, proprio quella delle feste, delle serate e dello shopping finiscono per insinuarsi le perplessità sulla politica, sulla cronaca e sui maledetti fatti di Daraa.
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DAMASCO. Cresce la tensione in Siria. È a sud, nella regione agricola dell’Hawaran, conosciuta da sempre come “il granaio del Levante”, che scoppiano le prime rivolte popolari. A Daraa, il capoluogo, la popolazione è esasperata. Ad accrescere le tensioni ci si mette pure la siccità: in questa zona l’ultima goccia di pioggia è caduta sei anni fa.
Ma sono i fatti più recenti a scatenare la rabbia dei siriani di Daraa. La Syriatel è la compagnia telefonica più importante del paese e, non a caso, di proprietà di Rami Makhluf, il cugino del presidente Bashar al-Assad.
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Alla luce del tremendo rischio di catastrofe nucleare che si sta delineando a Fukushima, in Giappone, seguito allo spaventoso tsunami che ha colpito circa 500 km delle sue coste orientali e originatosi al largo dell’Oceano Pacifico, bisognerebbe ricordarsi che l’imprevedibile è sempre in agguato, anche se possono trascorrere decenni prima di manifestarsi, e che quindi non esistono sistemi di sicurezza assoluti per prevenire incidenti e sciagure. Se l’incidente poi riguarda una centrale nucleare, i disastri ambientali e soprattutto i rischi per la salute e la vita delle persone non possono mai essere circoscritti e di lieve entità.
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Ribolle il Mediterraneo in un improvviso quanto contagioso moto rivoluzionario che prende le mosse dal basso per rovesciare gli inquilini dei palazzi alti del potere e deporre la corruzione dittatoriale consolidata in decenni di grandi, inammissibili misfatti compiuti spesso con la correità dell’Occidente. L’effetto domino delle rivolte non sembra esaurirsi alla sola Tunisia e al grande Egitto ma pare innescare una miccia che attraversa, beninteso, in forme diverse, il mondo arabo, dallo Yemen alla Giordania, all’Algeria, dal fortilizio della Libia fino al piccolo emirato del Bahrein e poi all’Iran dell’”onda verde”.
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«Nel 2009 l’Italia ha triangolato attraverso Malta al regime del colonnello Gheddafi oltre 79 milioni di euro di armi leggere ad uso militare della ditta Beretta. È anche con queste armi che l’esercito di Gheddafi sta sparando sulla popolazione».
Questa la denuncia documentata dalla Rete Italiana per il Disarmo e dalla Tavola della Pace che chiedono al governo Berlusconi di rispondere urgentemente in merito. Si tratta di armi che – come ha confermato direttamente a Rete Disarmo un funzionario del ministero degli Esteri di Malta sono «di provenienza italiana, e non hanno mai toccato il suolo maltese».
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“Il muro della paura è caduto” gridano gli shebab, i giovani, dalle piazze di Tripoli, Tobruk, Al Baida, Bengazi e Sirte, le città della Cirenaica liberate dai ragazzi della rivolta. Ormai manca poco, dopo Ben Ali e Mubarak l’onda della rivoluzione si abbatte su Mu’ammar Gheddafi, da 42 anni dittatore della Libia o, come lui stesso si è definito, “re dei re dell’Africa”.
Siamo agli sgoccioli, dopo le dimissioni di numerosi ambasciatori libici, arrivano anche quelle del ministro degli interni Abdel Fatah Yunis, considerato il braccio destro di Gheddafi.
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