“A me! Uhe! A me! tocca a me calciarlo!”, urla il senatur nel momento in cui l’arbitro decreta un calcio di rigore nella partita tra deputati e senatori. E già pensieri megalomani s’affollano nella mente del senatur che afferma di avercelo più duro di tutti. Egli, fantasticando, s’immagina gigante vestito dei panni della leggiadra sagoma peninsulare: all’alpestre collo ha annodato un fazzoletto verde; scendendo più giù oltre la padana pianura, alla vita un cinturone con la fibbia stemmata del marziale carroccio le cinge strettissimi i fianchi - da “Roma ladrona” fino a Pescara - quasi a volerla recidere in due; al grazioso piede l’africo stivalone.
Ed ecco, con un pauroso sussulto sismico la quieta e graziosa sagoma animarsi della bestiale rabbia del traspadano! Poi ancora, con un passettino all’indietro, ecco prendere la rincorsa, riavanzare, e con furia mollare un enorme calcione alla palla al piede chiamata Sicilia.
“Uhe! Finalment mi son tolt dalle ball quest’isola rognosa... Ma che fa? non si schianta sulla porta tunisina? Si restringe anzi, la malandrina!, per passare lo stretto di Gibilterra? Uhe!”, esclama verde bile il senatur, “Uhe!! Bestia che son; vuoi vedere che le ho fatto pure un favor, spedendola sulle coste statunitensi? E io che volevo spedirla in Africa!”
“Ehi, faccia da pirla! Non sei neanche capace di calciare un rigore?”, lo rimbrottano i compagni di squadra, destandolo, quando il senatur manda la palla alta sulla traversa.

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