Così ogni mattina dalla città partiva un carro carico di cibo, acqua e legna per il fuoco, in direzione della sua enorme grotta. I vestiti glieli confezionavano su misura i sarti della corte del re.
Il gigante Osvaldo viveva davvero in modo agiato e tranquillo, senza pensieri per la testa. L’unica cosa che sapeva fare era suonare il flauto in modo divino. In cambio di tanti servigi dunque, il re gli aveva chiesto di produrre ogni sabato sera un concerto in piazza, dove il popolo poteva ascoltarlo suonare e lui poteva socializzare un po’ stando a contatto per qualche ora con la gente che lo applaudiva con passione. Naturalmente le dimensioni del flauto erano proporzionate alla sua mole, ma pur essendo uno strumento gigantesco, produceva un suono dolcissimo grazie alle sue enormi ma abili mani e alle sue carnose labbra.
Quando ogni mattina le quattro guardie incaricate dal re gli portavano i viveri, già da lontano sentivano risuonare le note del suo dolce flauto. Scherzavano un po’ con lui, lo ascoltavano per un po’ suonare e poi tornavano in paese.
“Osvaldo, stamattina abbiamo parlato con la Carmela e ci ha detto che vorrebbe diventare la tua fidanzata.”
“Non è vero,” si schermiva lui imbarazzato, e poi si metteva a ridere a crepapelle divertito per lo scherzo, provocando l’allegria in tutti.
“Ma guarda che la Carmela è alta due metri e ha delle curve…” diceva uno dei quattro, lasciando volutamente la frase in sospeso e mimando un seno e delle anche enormi. Osvaldo, vergognandosi per l’allusione, arrossiva e poi si metteva a ridere fragorosamente fino alle lacrime nel vedere mimare gli attributi muliebri. Insomma, era uno spirito candido e giocondo.
Un giorno, mentre suonava il suo flauto davanti la grotta e osservava il mare fragoroso sotto di lui, sentì un fracasso più forte. Si affacciò sul promontorio e vide una nave con la bandiera dei pirati in difficoltà contro i cavalloni, che si era schiantata sugli scogli sottostanti. In breve la nave imbarcò acqua da tutte le parti e affondò. Sull’acqua spumosa e in tempesta, in balia delle onde, c’erano sei sopravvissuti che lottavano con le acque agitate per non affondare insieme alla nave. Subito il gigante Osvaldo calò le cime di due corde dal promontorio alto una decina di metri. Gli uomini cominciarono a lottare l’un l’altro per aggiudicarsi le cime e mettersi in salvo. In questa lotta quattro annegarono, con dispiacere del gigante che piangeva di sconforto, due invece, i più determinati, riuscirono ad aggrapparsi alle corde; cosicché Osvaldo poté issarli su. Appena arrivati sul pianoro, i due si spaventarono nel vedere quel colosso, ma esausti com’erano, si sdraiarono per recuperare un po’ di forze. Il gigante continuava a piangere, e i due rimasero parecchio stupiti, non meno che dalle sue dimensioni. Riavendosi dalla stanchezza e sentendosi rassicurati dalla bontà che ispirava il gigante, gli chiesero come mai piangesse.
“Avete fatto annegare i vostri compagni… potevate aggrapparvi tutti alle due corde… invece avete lottato l’un l’altro. Bastava aspettare un po’, e potevate salvarvi tutti,” diceva singhiozzando come un bambino il gigante.
“Suvvia, non fare tante storie, nel momento del pericolo ci si arrangia come si può” disse ringalluzzito il più smilzo dei due.
“Bastava aspettare! Bastava aspettare, invece di lottare tra di voi!, e vi avrei tratti tutti in salvo!” urlò il gigante Osvaldo. I due indietreggiarono spaventati.
“Dai, adesso non ti arrabbiare, ognuno voleva salvare la propria vita, non è poi così grave!” esclamò l’altro, più tracagnotto.
“Sarete giudicate dal mio saggio re” disse il gigante.
“Domattina, quando verranno a portarmi il cibo, vi consegnerò ai suoi uomini.” I due cominciarono a preoccuparsi.
“Qui si mette male” disse lo smilzo.
“Dobbiamo pensare a qualcosa” disse il tracagnotto.
“Intanto asciugatevi al fuoco dentro la grotta e poi mangiate un boccone per rimettervi in forze” disse il gigante Osvaldo.
“Grazie” dissero i due scambiandosi un’occhiata furba. Quando mangiarono a sazietà dissero che avevano sonno e che andavano a dormire. Nella notte, mentre il gigante dormiva, i due si alzarono e in silenzio fuggirono dalla grotta per scampare al giudizio del re. Quando il gigante all’alba si svegliò, non vide più i due naufraghi. “Sciocchi, hanno temuto di essere puniti, non conoscendo la saggezza del nostro re che non avrebbe fatto altro che comprenderli e aiutarli,” disse fra sé il gigante Osvaldo.
I due intanto erano giunti in città e per non dare nell’occhio con quegli stracci sporchi che indossavano, derubarono un mercante per potersi comprare dei vestiti nuovi. Col resto del denaro si pagarono un lauto pranzo e una camera per la notte. Poi nel pomeriggio entrarono in una taverna, provocarono una rissa con l’oste per una bazzecola, che gli avrebbe servito del vino acido, sfasciarono il locale e fuggirono via. Le guardie però erano già sulle loro tracce. Per quella notte comunque riuscirono a dormire nei loro letti.
Intanto il gigante Osvaldo raccontò l’accaduto alle quattro guardie che gli portarono i viveri, che a loro volta riferirono tutto al re Manfredi. In breve a corte collegarono i due sconosciuti che avevano provocato tanto disordine in città, ai due naufraghi. Il capo delle guardie, per ordine del re, fece sguinzagliare per la città cento guardie per acchiappare i due fuggitivi. Cercarono in tutte le taverne e in tutte le locande della città, fin quando non riuscirono ad acciuffarli mentre ubriachi molestavano due giovani donne. Insomma, nel loro breve soggiorno in città dimostrarono di che mala carne erano fatti. E’ proprio il caso di dire che chi è avvezzo al male, pensa e fa solo il male. I due hanno ricambiato l’atto di generosità del gigante Osvaldo con tante malefatte, ma infine furono puniti dai giudici del re Manfredi con cinque anni di lavori forzati.

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