Un giorno venne a corte un mago di nome Beghin, che disse di avere appositamente preparato una pozione per il mal di testa della regina; ma l’avrebbe ceduta ad una sola condizione: in cambio avrebbero dovuto concedergli in sposa la loro figlia, la principessa Fiammetta, molto giovane e bella.
“Come osi cane di un mago!” rispose il gran visir Giafar, uomo collerico e violento. “Come ti permetti di ricattare il tuo grande re? Ti farò impiccare!” tuonò con voce terribile.
Il mago si toccò il collo spaventato. “Sì, e così addio al rimedio per mia moglie,” disse il re, uomo più riflessivo e soprattutto più pragmatico.
“Intanto dobbiamo provare questa pozione, per verificarne la sua efficacia. Dopo potremo cercare un accordo con questo mago.”
“Ma sire, volete lasciare impunita tanta impudenza?” chiese inviperito il gran visir Giafar.
“Impudenza o meno, siamo noi ad aver bisogno; e chi ha necessità non deve guardare tanto per il sottile. Se il mago riuscirà ad entrare nelle grazie di mia figlia, bene, altrimenti non potrò forzarla a sposarsi qualcuno che non ama, mago o non mago, principe o non principe. Non siete d’accordo mio caro mago Beghin?” chiese il re suadente e con la calma di chi la sa più lunga.
Il mago, con il ghigno strisciante di chi è colto in flagrante e vuole ingraziarsi chi lo sorprende, dovette ammettere che il re aveva ragione, per cui si scusò della sua insolenza, promettendo di ridimensionare le sue pretese.
“Lascio valutare al mio re la natura del mio compenso,” disse il mago con un sorriso untuoso e un po’ perfido.
“Bene, visto mio caro Giafar che con le buone si arriva sempre a una soluzione! Voi guarite la mia regina ed io saprò mostrarvi la mia gratitudine,” disse il re rivolto al mago. Così il mago Beghin, suo malgrado, prese la sua pozione e diede istruzioni sulle modalità di assunzione. Ben presto la regina Amelia non soffrì più di mal di capo. Venne dunque il momento per il re Amucar di dimostrare la sua gratitudine verso il mago Beghin. Lo fece convocare a corte dopo alcuni giorni.
“Caro mago, mia moglie la regina è guarita grazie alla tua cura, dunque è giusto darti una ricompensa. Dato che avevi espresso il desiderio di sposare mia figlia, voglio fartela incontrare, dopotutto hai guarito la mia regina, e se riuscirai a conquistare il suo cuore entro un tempo ragionevole, sarò felice di farti diventare principe. Altrimenti non otterrai nulla. Questo è il prezzo della tua presunzione. Sei d’accordo?”
“Non potevo ricevere onore più grande che frequentare la bellissima principessa Fiammetta,” rispose il mago Beghin con quel suo sorriso ipocrita.
Egli cominciò a volerla impressionare, all’unico scopo di conquistare lei e la sua posizione, senza un reale trasporto amoroso e affettivo, con i suoi giochi di prestigio, con serenate eseguite da bravi musicisti, con declamazioni di poesie non scritte da lui, tentando di farla ridere con battute pesanti e spesso lascive. Nonostante i suoi sforzi per entrare nelle grazie della principessa però, non riuscì a conquistarne il suo cuore, essendo essenzialmente di carattere avido e rude. Se fosse stato egli stesso un musicista e cantante, o un poeta, o comunque uomo di una certa sensibilità e garbo, allora chissà… il cuore della principessa Fiammetta avrebbe potuto cominciare a sentire le dolci note dell’amore; ma era solo un mago arrivista, volgare e presuntuoso. La principessa ambiva ad un uomo totalmente diverso, cosicché, con la massima discrezione e gentilezza, dopo essersi frequentati a corte per un periodo di un mese, licenziò il pretendente che rimase con un palmo di naso.
Come recita il proverbio: “Chi troppo vuole nulla stringe.”
Oppure: “Chi si accontenta gode.”
Il mago aveva preteso troppo dal re e alla fine non ottenne nulla per suo demerito, nemmeno una ricompensa in denaro, rimanendo con un pugno di mosche in mano.

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