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Il mercante venuto da lontano

Angelo Lo Verme Entertainment - Fiabe
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C’era una volta una bellissima principessa di nome Ofelia, figlia del re Amilcare. Il re aveva respinto tutti i corteggiatori della principessa, sperando in un genero dalle virtù eccezionali. Tutti erano principi con ricchezze spettacolari e regni immensi, ma nessuno possedeva le virtù essenziali che interessavano al re Amilcare.
Un giorno arrivò nel regno un mercante che veniva da molto lontano, non ricchissimo ma benestante. Vendeva bellissime stoffe pregiate. Non appena Ofelia seppe del mercante di stoffe pregiate, essendo una grande intenditrice, ordinò che lo si conducesse al suo palazzo per acquistarne e rifarsi il guardaroba invernale.
Il mercante si chiamava Kabir ed era un bellissimo giovane ma soprattutto saggio e colto. Accompagnato dalle guardie del re entrò al palazzo e fu condotto al cospetto della principessa. Non appena si guardarono negli occhi, i due giovani capirono che erano fatti l’uno per l’altra; ma Ofelia sapeva quanto esigente fosse suo padre il re nei confronti dei suoi pretendenti.

“Buon giorno bellissima principessa, il mio nome è Kabir e sono qui per mostrarvi le mie pregiate stoffe,” disse il mercante.  “Mostratemi allora le più belle!” rispose la principessa. “Impossibile scegliere le più belle tra stoffe tutte egualmente belle; come la vostra bellezza del resto. Certamente non può esservi una donna ancor più bella di voi; semmai può esisterne una di bellezza pari alla vostra.”
Il modo di parlare del giovane piacque subito ad Ofelia, non meno che il suo leggiadro aspetto. Ma non volle darlo a vedere e gli disse seria seria, per non tradire la bella impressione che il mercante le aveva fatto, di mostrarle dunque tutte le sue ugual belle stoffe. Mentre Ofelia ammirava estasiata quei tessuti indicibilmente belli per colori e trame e le sfuggivano dei gridolini di piacere, entrò maestoso il re suo padre con i suoi ministri. “Buon giorno al mio buon re!” s’inchinò Kabir al suo cospetto. “Sono Kabir, mercante di stoffe pregiate. Vengo dai confini del suo regno e sono qui per mostrare le mie stoffe alla sua diletta figlia principessa, per servirla al meglio.”
Anche il re fu impressionato dal contegno e dall’aspetto del giovane. “Spero che mia figlia possa trovare dei panni di suo gradimento. Sa, non è facile contentarla!” lo avvertì re Amilcare. “Non per essere immodesto, ma la bellezza dei miei tessuti conquisterebbe il più insensibile degli uomini,” disse Kabir. “Davvero?” chiese il re mentre sbirciava quei panni nelle mani della principessa. “Fatemi guardare attentamente, perché anch’io sono molto sensibile alla bellezza, di qualsiasi tipo essa sia… Sì, effettivamente… questo drappo rosso ricamato con fili d’oro è quanto mai delizioso e fine. Non c’è dubbio, è molto bello, e anche questo di seta gialla… meraviglioso! Avete proprio ragione, sono tutti molto belli.” “Ve lo dicevo infatti,” rispose Kabir.
Re Amilcare guardò il mercante negli occhi e poi sua figlia, e comprese che poteva esserci del tenero fra i due giovani. Del resto gli piaceva quel ragazzo tanto compito e simpatico. Finora aveva incontrato principi e re ricchi e potenti ma superficiali e materialisti, più interessati al suo regno che alle grazie e al cuore sensibile di sua figlia.
“Sono davvero belli, e poi… se piacciono a papà, state tranquillo ché il suo giudizio è molto autorevole in materia di bellezza,” disse Ofelia rivolta a Kabir con un sorriso civettuolo, abbandonando l’iniziale simulata indifferenza nello scoprire che il giovane era gradito pure a suo padre.
“Sentite mio caro giovane, secondo voi nell’amore conta più il benessere materiale o il sentimento verso la persona amata?”
“Vede mio caro sire, io non sono ricchissimo e neanche mi preme esserlo, poiché quando sento l’amore nel cuore, questo già mi gratifica e non mi fa desiderare altro, che sia ricchezza o potere.”
“Bene Kabir… ti chiami così mi pare?” “Esatto sire,” rispose il mercante. “Bene, anch’io e la mia figliola qui presente consideriamo la capacità di amare e la sensibilità importanti più di ogni altra cosa. A mia figlia Sarah ho dato in sposo un re ricco e potente giacché ella questo voleva. La mia regina invece ha sposato il mio cuore e non il mio regno. E anche Ofelia vuole sposare il cuore e non il regno del suo pretendente, così abbiamo rifiutato parecchie proposte importanti di matrimonio, dato che i vari aspiranti non possedevano le virtù più consone a lei. In te caro Kabir… posso darti del tu?” “Certo mio sire, è un grande onore per me!” “Dunque, in te mi pare di avere trovato le virtù essenziali per l’anima elevata di mia figlia Ofelia. Perciò ho deciso poc’anzi di dartela in sposa.”
“E’ un grande onore per me quello che mi offrite, e spero di essere sempre degno di questo dono, prezioso più di qualsiasi ricchezza materiale. Appena l’ho vista ho sentito subito delle affinità tra noi due. Sono felice e onorato di sposarla.”
“Oh, padre, che gioia grande mi state donando! Anch’io ho sentito delle affinità col qui presente Kabir.” “Bene, allora ordinerò ai miei ministri  di approntare il necessario per questo importante evento,” disse re Amilcare. “Abbracciatevi dunque miei piccioncini e siate felici.” I due giovani si abbracciarono raggianti in viso con nel cuore dei sentimenti di amore struggente che lo gonfiavano e riempivano ancor più di amore.
Si festeggiò per dieci giorni in tutto il regno di re Amilcare per il matrimonio di Ofelia e Kabir. Quando la notizia si sparse per gli altri regni, i pretendenti rifiutati furono colti da sorpresa e soprattutto da invidia nei confronti del mercante Kabir. “Ma come, ha rifiutato noi re e principi potentissimi e straricchi, per dare a sua figlia un misero, volgare mercante? Dovrà rendercene conto e pagare eventualmente l’affronto fattoci.” Questi erano i sentimenti di tutti gli aspiranti respinti, che riuniti nella comune causa dichiararono guerra al re Amilcare. Questi dal canto suo aborriva la guerra, per cui voleva rimediare pacificamente all’offesa che i vecchi pretendenti presumevano aver subito. Kabir e Ofelia del resto ne furono addolorati quanto il re loro padre. La principessa Sarah invece rinfacciava al padre il suo sbaglio nell’aver dato in sposa a sua sorella, una principessa d’alto rango, un uomo completamente privo di nobili origini, ricchezze e potere. “Vedete padre che cosa ce ne è venuto con le idee di Ofelia, una guerra in nome di belle parole come amore e sentimenti,”  lo redarguiva Sarah. Il re se ne stava muto e dolente nel sentire questa figlia parlare in maniera così superficiale dei sentimenti e dell’amore.
Kabir si sentiva responsabile per aver messo a repentaglio le vite dei suoi cari e cercava una soluzione diversa dalla guerra. Intanto gli eserciti degli aspiranti respinti, ben cinque, muovevano verso il regno di re Amilcare, e ogni indugio metteva a repentaglio migliaia di vite di soldati e quelle dei suoi nuovi parenti. Chiese al re Amilcare di riunire i ministri per discutere la strategia di difesa. Il loro esercito era numeroso e potente, ma non quanto quello di cinque eserciti riuniti, e poi non volevano assolutamente entrare in guerra: era contrario alla loro politica di pace.
Il principe Kabir propose subito una mediazione. Pubbliche scuse da parte del re per aver involontariamente offeso la sensibilità di coloro che venivano a proporsi come mariti della bella principessa Ofelia. Fu mandata una delegazione incontro agli eserciti per portare l’ambasciata. “Il re Amilcare vuol uscirsene soltanto con delle scuse? E’ troppo poco per lavare l’onta subita,” disse uno dei principi offesi. “Deve darci almeno metà del suo regno se non vuole perderlo tutto,” disse un altro. “Se vuole salvare il suo regno basta che ci risarcisca con dieci milioni di monete d’oro,” propose un altro ancora. Insomma, tutti e cinque volevano lavare l’onta con ricompense materiali. Alla fine tutti e cinque concordarono per il risarcimento di dieci milioni di monete d’oro. La delegazione riferì tutto al re Amilcare.
“Io propongo qualcosa di diverso” intervenne Kabir. “Dovranno guadagnarseli i due milioni che toccherebbero a ciascuno. Una lotta a mani nude, ognuno di loro contro di me, un combattimento al giorno per cinque giorni, rispettando le regole della lotta greco-romana,” propose il principe Kabir. “Chi riesce a battermi avrà i suoi due milioni di monete d’oro; ma, ripeto, dovrà guadagnarseli, dimostrando coraggio e abilità.” Il re con i ministri furono d’accordo con la saggia trovata del principe. La principessa Ofelia invece si mostrò preoccupata per le sorti del suo amato marito, conoscendo la violenza della lotta che veniva praticata come sport nel loro regno. “Non preoccuparti amore mio, so il fatto mio,” la rassicurò Kabir.
Fu rimandata la delegazione dai cinque principi. Questi non poterono rifiutare la proposta, se non volevano venire tacciati di codardia, ma stabilirono loro il luogo dell’incontro, in un territorio neutro: il regno del grande re Tolomeo. Tutti furono d’accordo e furono fissate le date degli incontri. Kabir partì col suo seguito verso il regno di re Tolomeo, e così fecero i cinque contendenti respinti.
Tutto fu pronto nell’arena per i combattimenti, con gran strepito di trombe e di urla degli spettatori. I contendenti combatterono ad uno ad uno contro il principe Kabir, il quale mostrò sul ring tutto il suo valore, il suo coraggio e la sua abilità. Uno dopo l’altro sconfisse lealmente i suoi avversari, e in maniera pressoché incruenta, a parte qualche escoriazione e qualche tumefazione, riuscì a salvare il regno del suocero con la cui figlia Ofelia visse felice e contento per molti decenni.    
 

 


Angelo Lo Verme collabora con noi da Mercoledì 16 Dicembre 2009.

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