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Fiabe: //Re Annibale

Angelo Lo Verme Entertainment - Fiabe
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re_amilcare

C’era una volta un vecchio contadino di nome Pasquale che era in punto di morte, assistito dalla moglie Santina e le tre figlie, Perla, Mina e Lory. Perla aveva sposato il principe Martin, figlio del grande re Amucar. Mina e Lory, dopo aver in gioventù fatto rapire la sorella per l’invidia di andare in sposa ad un principe, rimasero zitelle e per scontare l’antico peccato si dedicarono a far del bene ai bisognosi. Ora, dopo trent’anni dal brutto gesto, assistevano il padre con grande cura e amore, mostrando di aver rimediato egregiamente alla brutta azione compiuta in gioventù, riabilitandosi agli occhi della sorella e della società. Erano riuniti intorno al letto di morte del padre con tutti i parenti. Quando Pasquale spirò, ci fu un gran chiasso di pianti e di urla tra i parenti. Si fece un funerale fastoso grazie alla parentela coi reali, e infine il morto, per volere di Perla, fu seppellito nella lussuosa cappella del palazzo reale.
Perla voleva molto bene alle sorelle e alla madre, e le aveva invitate a vivere insieme a lei al palazzo, dato che erano rimaste sole, senza un uomo in casa. Le sorelle non vollero accettare di vivere negli agi e preferirono continuare nella loro opera di beneficenza e a servire la vecchia madre molto malata. La principessa Perla le andava a trovare ogni settimana e portava loro conforto e beni materiali, per sostenerli nella loro azione di assistenza. Come quando era giovane, si metteva nel giardino e cominciava a cantare con quella sua voce divina. La Fata Marina che abitava nel sottosuolo del giardino, quando la sentiva la invitava a prendersi qualche dolcetto con lei conversando lietamente. La Fata Marina era sempre giovane e bella nonostante avesse più di trecento anni, a quanto si diceva. Parlavano di ciò che accadeva a corte, della malattia del vecchio re Amucar suo suocero, della recente morte del gran Visir Giafar, della misteriosa sparizione del vecchio mago Beghin e di tant’altro.
La principessa Perla era già un donna matura, aveva due figli bellissimi, il principe Annibale di vent’anni e la principessa Lucy di diciotto. Il principe Martin, suo marito, era sempre di salute cagionevole e non sembrava poter sostenere le redini del regno, e in ciò veniva aiutato dal giovane principe Annibale che si rivelava un ottimo allievo del padre e soprattutto del nonno. Questi gli rivelava tutti i segreti del buon governo. Re Amucar amava tantissimo questo nipote e aveva grandi progetti per lui. Oltre a farlo educare nel combattimento, lo aveva fatto istruire in tutti i campi dello scibile umano dai migliori maestri del regno. E il ragazzo, sveglio, intelligente e curioso, rispondeva come si deve a tanti stimoli. Era un gran soldato e un uomo molto colto.
D’un tratto il principe Martin si ammalò più gravemente del solito e nel giro di quarantotto ore, tra tormenti atroci, passò a miglior vita. Nel regno ci fu una gran tristezza poiché il principe, anche se si vedeva poco in giro, era sempre stato un uomo giusto anche se non propriamente brillante. Il re Amucar, alla morte del figlio si aggravò per il dolore e morì nel giro di pochi giorni, a distanza di una settimana dal figlio. Un doppio lutto aveva colpito il regno. L’erede naturale ora era il principe Annibale che diventò re a vent’anni.
La principessa Perla aveva perso in breve tempo il padre, il marito e il suocero, ma aveva ora un figlio re a cui doveva dare dei consigli data la giovane età, per cui non poteva abbattersi ma soltanto reagire. Intanto il re Annibale nominò suo gran Visir il figlio di Giafar, Emmanuel, uomo collerico come il padre ma abilissimo nelle questioni di governo. Un giorno capitò che la principessa Lucy fu rapita. Le sue damigelle d’onore raccontarono che mentre passeggiavano in giardino erano state avvicinate da un vecchia che con un inganno le aveva convinte a seguirla. Alla fine del giardino c’erano appostati alcuni uomini che subito sollevarono di forza la principessa e la fecero salire a cavallo, portandosela via in un istante.
Fu consultata la Fata Marina e nella sua sfera magica vide che era stata rapita dal re Marcos, erede dei defunti re Caronte e principe Romualdo, e che la vecchia era la megera Crumira, loro antica alleata. Ben presto giunsero a corte degli emissari di re Marcos che vennero a dettare le condizioni per liberare la principessa Lucy. In cambio della principessa volevano il possesso di una enclave situata nel loro regno e appartenente al regno del re Annibale. Non se ne andavano se non ottenevano la firma sul documento che avevano in mano e che trasferiva la proprietà al re Marcos. “Mio re Annibale, vi conviene accettare lo scambio se volete rivedere vostra sorella Lucy viva. In quanto a questi pezzenti” diceva il gran Visir rivolto agli emissari, “gli prometto che li farò uccidere ad uno ad uno prima che finisca questo plenilunio.” Emmanuel pronunciò con voce collerica queste ultime parole. Re Annibale guardava gli emissari e il gran Visir, poi si fece consegnare il documento che si accinse a firmare senza discutere.
“Che nessuno osi toccare queste guardie senza il mio permesso,” ordinò il re.
“Ma mio maestà...!”poté dire appena il gran Visir Emmanuel.
“Niente ma Emmanuel, quello che conta è riportare viva mia sorella al mio palazzo; la vendetta può attendere” disse re Annibale, fissando negli occhi gli emissari. “Una mia delegazione vi accompagnerà, e quando arriverete al vostro palazzo gli consegnerete mia sorella sana e salva, giusto?” chiese il re.
“Certamente sire” risposero gli emissari.
“E ora sparite subito dal mio palazzo!” urlò il re a quest’ultimi.
Appena gli emissari con la delegazione composta dai suoi migliori uomini si furono allontanati, il re Annibale ordinò che si preparasse l’esercito e che si marciasse a mezza giornata di distanza dagli emissari, e una volta liberata la principessa Lucy, invadere e distruggere una volta per tutte il regno maledetto di re Marcos, degno erede del malvagio re Caronte. In breve fu preparato un esercito di centomila uomini con in testa il giovane re Annibale. In otto giorni di marcia furono alle porte della capitale del regno maledetto. Centinaia di soldati camuffati da mercanti furono mandati dietro la delegazione per dargli man forte nel caso in cui le cose volgessero al peggio. Infatti, re Marcos non aveva nessuna intenzione di restituire la principessa Lucy che voleva tenersi per sposarla, anche senza il suo consenso. La delegazione, quando capì le intenzioni del re Marcos, impugnò le armi, ma subito fu fatta prigioniera. Intanto i finti mercanti avevano visto tutto, essendosi infiltrati nel palazzo come visitatori. Quando la delegazione arrivò nelle celle, i finti mercanti attaccarono le guardie e in breve, numerosi com’erano, liberarono gli amici. Si fecero dire dalle guardie neutralizzate dove si trovasse la principessa Lucy.
Era prigioniera nelle stanze del re, custodita da decine di guardie, quindi non era facile liberarla. Dovettero creare un diversivo. Diedero fuoco in alcune stanze del palazzo, che si propagò velocemente a tutto l’arredamento. Nella confusione, i finti mercanti con la delegazione riuscirono ad arrivare nelle stanze del re ingaggiando una cruenta lotta con le guardie. Queste ultime ebbero la peggio, e in poco tempo la principessa fu liberata e condotta dal fratello che attendeva alle porte della capitale. Si abbracciarono pazzi gioia, poi re Annibale la fece accompagnare nel loro regno dalla stessa delegazione che era venuta a liberarla, con un seguito di mille guardie. Dopodiché ordinò ai suoi generali di distruggere la capitale. Re Annibale si rivelò un ottimo condottiero. Con le catapulte abbatterono le mura della città e l’esercitò entrò come una furia uccidendo tutti quelli che lo ostacolavano. Diretti a migliaia verso il palazzo reale, vi entrarono e in poco tempo lo devastarono e lo incendiarono. Non c’era stata quasi resistenza, tanto l’attacco era stato improvviso e massiccio.
Re Annibale si fece portare le teste di re Marcos e della megera Crumira e le fece appendere alla porta principale della città come monito. L’esercito avversario, meno numeroso, si arrese al condottiero Annibale. Questi pose a capo dell’esercito avversario i suoi generali e ordinò che nessun male fosse fatto alla popolazione, che in fondo era felice della morte del tirannico re Marcos. Tutto sommato le vittime tra i soldati di entrambi gli schieramenti erano state poche centinaia, ed era andato distrutto soltanto il palazzo reale. Era stata una vittoria facile, poco distruttiva e poco cruenta, e soprattutto aveva eliminato un re dispotico e malvagio che la popolazione temeva ma non amava affatto. Molti cominciarono a tirare pietre sulla testa mozza del precedente re, per sfogare la rabbia e vendicare i soprusi subiti. I ministri e le guardie più fedeli erano morti dentro il palazzo, per cui non c’era più nessuna resistenza. Dopo alcuni giorni re Annibale pensò di tornare al suo regno per non lasciarlo troppo incustodito, lasciando nel nuovo regno l’esercito di centomila uomini per tenere l’ordine e come difesa del territorio appena conquistato.
Giunto nel suo palazzo nominò re del nuovo regno il principe Tiziano suo zio, uomo di umili origini ma sensibile e giusto, marito della principessa Fiammetta, sorella di suo padre, che diventò regina del regno ora soprannominato “Speranza”. E sì, perché ora la speranza era che il nuovo regno fosse governato con giustizia e illuminazione, che stesse in pace con tutti gli altri regni, senza rivendicare possessi e territori, e senza commettere soprusi sulla popolazione. Speranza era un ottimo nome e un ottimo auspicio.


Angelo Lo Verme collabora con noi da Mercoledì 16 Dicembre 2009.

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