La tranquillità era durata un momento: si ricominciava a doversi guardare intorno con circospezione, a udire bene il più flebile rumore e a fuggire al più piccolo segnale di pericolo. Che terrore sentirsi cacciati!
Appena i cani si avvicinarono un po’ troppo a lui, con rapido movimento Gigetto rientrò nella buia tana. I cani latravano e annusavano i cespugli che coprivano la bocca della sua tana: avevano odorato la selvaggina. Fortuna che in quella zona era proibito usare i furetti - perciò Gigetto viveva in quel posto - altrimenti in un minuto egli sarebbe stato stanato dai furetti e ucciso dai cacciatori. Invece i cani non potevano entrare nella stretta e lunga tana, e finché egli se ne stava rintanato, non poteva succedergli nulla; ma il piccolo cuore, come gli batteva per la paura! Dopo un’oretta di appostamenti davanti la sua tana, i cacciatori si rassegnarono e chiamarono i loro cani per andarsene. Per questa volta il coniglietto Gigetto era riuscito a sfuggire alla caccia; ma doveva sempre stare guardingo e non rilassarsi mai, se voleva evitare di venire cacciato, cucinato e mangiato dai cacciatori. Che vita grama era quella!
Una mattina, mentre brucava dell’erba tenera al sole primaverile, udì uno scalpitare e un latrare di cani in corsa che si avvicinavano velocemente. Erano sicuramente i cani segugi dei cacciatori. Con uno scatto, Gigetto il coniglietto corse via più veloce che poteva per la campagna, crudelmente inseguito dai bracchi. Dopo tante serpentine, brusche virate e accelerazioni disperate, il nostro Gigetto riuscì a raggiungere una tana in mezzo agli spari dei nerovestiti uomini cacciatori. Il cuore gli batteva in gola e il fiato gli sbuffava forte dalle narici. Era la tana di un altro coniglietto che sulle prime si infastidì nel vedersi invadere la sua abitazione.
“Scusa amico coniglietto, ho osato intrufolarmi dentro la tua tana per sfuggire ai segugi e ai cacciatori lì fuori!” disse con voce affannata Gigetto.
“I soliti cacciatori! Non si può vivere tranquilli con loro” disse con disappunto il coniglietto che si chiamava Paoletto. Si presentarono cortesemente.
I cani intanto fuori ringhiavano nell’annusare la selvaggina dentro la tana. Gli uomini nerovestiti gridavano come matti.
“Stavolta non ci sfugge, l’aspetteremo tutto il giorno; prima o poi dovrà uscire dalla tana per mangiare!” urlavano i cacciatori. Dentro, i due coniglietti tremavano per la paura, mentre il cuore gli batteva all’impazzata: tutum tutum tutum tutum tutum. I cacciatori si disposero intorno alla tana e si misero a mangiare per il pranzo, pane con formaggio, olive e vino. Allegri e ubriachi, cantavano nell’attesa dell’uscita del coniglietto.
“Vieni fuori bel coniglietto che tornar vogliamo al tetto, e se fuori non uscirai, sempre dentro rimarrai.
Esci nostro bel coniglio, è il nostro bel consiglio, e se uscire non vorrai, dentro la tana rimarrai.
Fatto per esser cucinato, condito e poi mangiato, tu non devi farci aspettare per da noi farti ammazzare.
Il tuo destino è qui segnato, tu da noi verrai eliminato. Qui tutta la notte resteremo, se non esci non ce n’andremo.”
Cantavano, bevevano e ridevano i nerovestiti, mentre Gigetto e Paoletto tremavano di paura. Le ore passavano terribili e lente; ma già era pomeriggio e i morsi della fame si facevano sentire.
“Senti Paoletto, aspettano soltanto me; loro non sanno della tua presenza in questa tana... e poi ti ho messo io in questo guaio e io devo tirartene fuori. Se esco io, cercheranno di prendere me, e lasceranno questa tana in pace, almeno per oggi, e tu potrai salvarti” disse Gigetto.
“Possiamo resistere ancora, aspettare che faccia buio” disse Paoletto il coniglietto. “Non possiamo resistere ancora a lungo, dobbiamo uscire per mangiare, per sgranchirci e per riscaldarci; e poi questi resteranno appostati tutta la notte, sono troppo determinati, già gli sono sfuggito altre volte e non me l’hanno perdonata” disse rassegnato alla sua sorte Gigetto il coniglietto. Intanto i nerovestiti continuavano a cantare.
“Vieni fuori bel coniglietto che tornar vogliamo al tetto, e se fuori non uscirai, sempre dentro rimarrai.
Esci nostro bel coniglio, è il nostro bel consiglio, e se uscire non vorrai, dentro la tana rimarrai.
Fatto per esser cucinato, condito e poi mangiato, tu non devi farci aspettare per da noi farti ammazzare.
Il tuo destino è qui segnato, tu da noi verrai eliminato. Qui tutta la notte resteremo,
se non esci non ce n’andremo.”
Il canto crudele dei cacciatori risuonava terribile nelle orecchie del povero Gigetto, ormai sempre più rassegnato al suo destino. Era sera, fuori era tutto nero, volendo poteva sfuggirgli ancora, per un po’... volendo. Gigetto prese la sua decisione, salutò l’amico Paoletto che tremava quanto lui con il cuore nella gola, prese la rincorsa e saltò fuori dalla tana a grande velocità. Nessuno si aspettava una fuga tanto precipitosa. I cani per primi s’accorsero di Gigetto che gli passava a gran velocità sotto il naso, e presero ad inseguirlo con gran baccano. Gli uomini nerovestiti non poterono sparare, per non rischiare di colpire i loro segugi.

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