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Fiabe:// Antonello il pastorello

Angelo Lo Verme Entertainment - Fiabe
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pastorello

C’era una volta una capretta di nome Antonietta e un capretto di nome Antonietto accuditi da un pastorello orfano di nome Antonello. Ogni mattina il pastorello Antonello portava a pascolare le due caprette su di una verde collina posta alle spalle della fattoria del padrone, un tipo scontroso e molto avaro. Lesinava persino sulla razione di cibo che forniva al pastorello come compenso per il suo lavoro, dandogli un tozzo di pane raffermo, un minuscolo pezzo di formaggio di capra e una noce per pranzo, dicendo che lo faceva per lui, per non appesantirlo troppo. Ma Antonello il pastorello completava il suo pranzo con i frutti che riusciva a trovare per la campagna e con il latte che mungeva di nascosto dalla capretta Antonietta.
Un giorno di primavera, mentre pascolavano sulla verde collina, scoppiò un fortissimo temporale, con tuoni assordanti e grandi fulmini nel cielo. L’acqua sembrava che si rovesciasse a terra con i secchi, tanto era impetuosa. Di corsa Antonello legò ad una cordicella le due caprette e le trascinò in direzione della grotta lì vicino scavata sul fianco pietroso della collina appunto come riparo. Una volta dentro, erano comunque già tutti inzuppati dalla testa ai piedi. Antonello spezzettò alcuni rametti che si trovavano dentro la grotta e accese un fuocherello. Si tolse i vestiti cenciosi che aveva addosso e li tenne un po’ sul fuoco per farli asciugare mentre si riscaldava il corpo intirizzito. Le due caprette avevano il pelo inzuppato che gocciolava copioso per terra. Il pastorello prese uno straccio appeso alla parete e lo strofinò addosso alle caprette per asciugargli il pelo. Dopo questa energica strofinata si riscaldò per bene e, dato che i vestiti si erano già asciugati al fuoco, si rivestì con quei sudici cenci. Poi si sedette al desco e mangiò il suo frugale pasto. Per dissetarsi munse la capretta Antonietta e ne bevve il caldo e saporito latte, alla faccia del padrone taccagno.
Fuori continuava a piovere forte e i lampi e i tuoni squarciavano il nero cielo. Le caprette erano sdraiate sul pagliericcio e ogni tanto belavano flebilmente godendosi il tepore della grotta. Antonello il pastorello prese il flauto che teneva nel suo zainetto e si mise a suonare una musica dolce e melanconica. Mentre la musica sgorgava dolce dalla canna del flauto, un genietto che aveva trovato ricovero nella grotta si svegliò dal suo sonno e rimase incantato da quella melodia. Si materializzò con una fumata davanti al pastorello che spaventato smise di suonare e si mise istintivamente un braccio davanti al viso per proteggersi.
“No, non spaventarti bimbo caro, non voglio farti del male! Sono un genietto che è rimasto incantato dalla tua dolce musica, e se continui a suonare esaudirò qualunque tuo desiderio; l’importante che non sia malvagio” disse il bell’amorino alato e nudo.
“Un amorino? Che bello!” esclamò il pastorello. “Dunque se continuo a suonare esaudirai qualunque mio desiderio?”
“Sì, l’importante che sia a fin di bene” rispose il genietto.
Il pastorello Antonello ricominciò a suonare con tanta arte, che il genietto si commosse fino alle lacrime. Quando smise pensò un istante a che cosa desiderava di più.
“Voglio un palazzo grande tutto d’oro e brillanti, arredato con gusto e governato da uno stuolo di servitori e di cuochi che sanno preparare i cibi più squisiti, circondato da bei giardini, fontane e da ettari di bosco curati dai più bravi giardinieri; e tanti soldi per mantenere tanto lusso per il resto della mia vita” disse Antonello il pastorello.
“Il tuo desiderio è già esaudito. Guarda fuori dalla grotta” disse l’amorino. Antonello si sporse dalla grotta e rimase a bocca aperta nel vedere in cima alla collina un immenso palazzo d’oro e brillanti circondato da giardini e boschi, e tanti inservienti che si occupavano di tutte le necessità del palazzo.
“Non posso crederci, tutto ciò è davvero mio?” chiese incredulo Antonello il pastorello.
“Certo che è tuo, te lo sei guadagnato!” disse l’amorino.
Ancora pioveva forte ma Antonello non si trattenne più e corse verso il suo palazzo abbandonando le caprette e il genietto. Vi arrivò tutto inzuppato. Appena i servitori lo videro lo coprirono con un pesante mantello rosso per non farlo infreddare, e lo condussero dentro il palazzo per fargli un bel bagno caldo. Quando fu ripulito, asciutto ed elegantemente rivestito, ordinò che gli si preparasse il pranzo più gustoso del mondo. I cuochi si diedero da fare in cucina e dopo un po’ fu pronto il pranzo più succulento del pianeta. Quando finì di pranzare chiese che gli si portasse un flauto e si mise a suonare. Il genietto apparve subito con la solita fumata e restò incantato ad ascoltare la musica del pastorello. Poi felici si misero a giocare insieme nel giardino, dato che aveva spiovuto ed era spuntato il sole. Era un marzo davvero pazzo.
Intanto il padrone, non vedendo ritornare il pastorello con le sue due caprette, si preoccupò e adirato si recò sulla collina per cercarli. Quando giunse sulla collina e vide l’enorme palazzo, restò basito.
“Da dove spunta quella costruzione mastodontica sul mio terreno?” si chiese il padrone ancora attonito.
“... E dove è andato a finire quel fannullone?” si chiese ancora, vedendo le sue caprette sole al pascolo sui suoi prati, che vedendo il sole erano uscite dalla grotta. “Mi abbandona le capre e se ne va chissà dove a vagabondare, lo sfaticato... ma se l’acchiappo!...”  Prese le due caprette e le legò ad un albero e poi andò verso il palazzo per capire di che prodigio si trattava.
Quando vide il pastorello tutto agghindato, quasi irriconoscibile, che giocava felice con un bambino nudo con le ali, si arrabbiò ancora di più.
“Maledetto impostore, mi abbandoni le caprette e te ne vieni a giocare tranquillamente, come se niente fosse! Ora ti faccio vedere io...” Ma appena tentò di avvicinarsi al pastorello, quattro guardie armate lo afferrarono e lo immobilizzarono.
“Dove credi di andare, bifolco che non sei altro?” dissero all’unisono le quattro guardie.
“Lasciatemi, siete sulla mia proprietà, come vi permettete di aggredirmi in casa mia?” disse in collera il padrone, dimenandosi per la rabbia.
“Casa tua? Questa è proprietà del nostro padroncino Antonello” disse una guardia.
“Padroncino Antonello? Che scherzi son questi? Antonello è solo un miserabile pastorello alle mie dipendenze!” disse il padrone rosso in viso. “Non più,” intervenne calmo il genietto.
“E tu chi sei, che ci fai qui sulla mia proprietà, e per di più così tutto svestito?” chiese il padrone. Antonello se ne stava in disparte, ancora in soggezione verso quell’energumeno del suo padrone.
  “Io sono il genietto e ho fatto io questo regalo ad Antonello, che come vedi non ha più bisogno di te per vivere.” 
“Questo lo vedo, ma resta il fatto che il palazzo sta sul mio terreno, per cui per legge mi appartiene” disse il padrone sicuro di sé.
“Ti appartiene il terreno ma non il palazzo. Se voglio posso spostarlo in qualsiasi altro posto e a te rimane soltanto un terreno buono per il pascolo. Se accetti però di venderlo, te lo possiamo pagare molto di più del suo valore commerciale, in modo da poterne acquistare una superficie quadrupla e anche di più” disse il genietto. Il padrone, avido com’era, appena udì la proposta vantaggiosissima, si sentì l’acquolina in bocca e chiese subito quanto fossero disposti a pagarglielo il suo terreno.
“Ti daremo diecimila  monete  d’oro”  disse il genietto. Antonello se ne stava sempre zitto, ma si preoccupava sul come procurarsi quella enorme somma.
“Va bene, accetto!” esclamò il padrone con gli occhi resi lucidi dalla cupidigia. In un istante si materializzò un sacchetto pieno con diecimila monete d’oro. Il padrone cercò di impossessarsene, spinto dalla sua bramosia, con gli occhi sbarrati e la lingua penzoloni, quasi sbavante; ma il genietto gli disse che sarebbe stato suo davanti al notaio, dopo aver firmato l’atto di vendita del terreno. Quella sera stessa andarono dal notaio e il terreno diventò ufficialmente proprietà di Antonello, l’ex pastorello, e il padrone, ovviamente, s’impossessò del sacchetto contenente le diecimila monete d’oro che si teneva strette al petto come un figlioletto appena nato.
Insieme al terreno, Antonello volle comprarsi le due caprette, Antonietto e Antonietta, per le quali fece erigere immediatamente dai suoi dipendenti un bell’ovile, caldo e confortevole. Il padrone intanto era alla ricerca di un altro pastorello da sfruttare per un tozzo di pane, e siccome era periodo di crisi non faticò molto a trovarlo. Domenichello diventò presto il pastorello del padrone, che doveva accudire le dieci caprette che questo aveva comprato a buon mercato per specularci. Domenichello, il nuovo pastorello, doveva accudire le dieci caprette portandole al pascolo e mungendole la sera al ritorno all’ovile. In cambio di una giornata intera di lavoro riceveva un tozzo di pane raffermo, un pezzo di cacio e una noce, per cui anche lui si arrangiava con i prodotti della terra che trovava e bevendo di nascosto il latte delle capre. Un giorno Antonello andò a trovare al pascolo Domenichello, il nuovo pastorello. Antonello era vestito elegante e Domenichello con dei cenci luridi. Antonello, conoscendo la spilorceria del padrone, ne ebbe pietà e gli portò dei vestiti decenti e del cibo nutriente. Domenichello divorò tutto, affamato com’era, e poi si vestì coi panni regalatigli da Antonello che gli propose di andare a lavorare per lui sui suoi pascoli, per accudire le due caprette e quelle dieci che intendeva acquistare dal padrone, con uno stipendio dignitoso e un ricovero decente.
Domenichello non sapeva che dire, così Antonello mandò dal padrone due suoi dipendenti per fargli dire che il nuovo pastorello passava a lavorare per lui e che intendeva acquistare le dieci caprette ad un prezzo superiore. Il padrone non si fece sfuggire l’offerta. Intanto Antonello trascorreva le sue giornate suonando il flauto per il genietto e giocando con lui. Presto però si stancò di una vita tanto oziosa, così assunse i migliori maestri e si fece dare delle lezioni scolastiche insieme a Domenichello, per togliere entrambi dallo stato di analfabetismo in cui si trovavano. Inoltre strappava tutti i pastorelli dalle grinfie dell’avaro padrone assumendoli e facendoli partecipare alle lezioni dei maestri, così l’aula scolastica che aveva fatto costruire cominciò a riempirsi di piccoli alunni. Per farli studiare a tempo pieno assunse due pastori adulti per badare alle caprette che crescevano sempre più di numero, comprandole dal padrone avaro.
La classe ormai scoppiava, così, per aiutare i parecchi bambini poveri che non potevano permettersi di andare a scuola, fece costruire una grande scuola, con numerose classi e tanti maestri capaci di dare una buona istruzione agli alunni. La scuola si riempì dei tanti alunni poveri della regione, che oltre ai maestri trovavano un tetto dove poter dormire, mangiare e giocare, sottraendoli da lavori abbrutenti. Il padrone spilorcio intanto faceva affari nel vendere le sue caprette a un prezzo maggiore ad Antonello, e i terreni da pascolo supervalutati che andavano servendo a quest’ultimo. Alla fine rimase col solo piccolo podere su cui era ubicata la sua squallida catapecchia in cui viveva, ma con quattro sacchetti di monete d’oro, frutto dei suoi ingenti guadagni fatti con Antonello, che teneva gelosamente nascosti da qualche parte nel podere. Ma una banda di malfattori aveva preso di mira il suo tesoro, e in un momento di sua assenza dal podere per andare a fare delle compere, lo cercò in ogni angolo e alla fine lo trovò nascosto dentro al pozzo. Quando il padrone tornò e si accorse che il suo adorato tesoro non c’era più, uscì di senno per il dolore, rimanendo povero e pazzo.
Il genietto intanto si complimentava sempre più dell’atto di amore e della beneficenza che il suo protetto Antonello ogni giorno donava in favore dei più deboli, avendo fatto costruire pure un grande ospedale gestito dai migliori medici della regione, al servizio di coloro che non avevano la possibilità di pagarsi una cura, e una grande mensa per i poveri. Antonello negli anni diventò un adulto colto e raffinato, sensibile e munifico coi bisognosi, e di tutto ciò doveva ringraziare il genietto che un giorno piovoso dentro una grotta era rimasto affascinato dalla sua dolce e melanconica musica.

 


Angelo Lo Verme collabora con noi da Mercoledì 16 Dicembre 2009.

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