Una volta c’era un bianco coniglietto di nome Gigetto che si godeva il sole davanti la sua tana. Aveva piovuto per una settimana intera e aveva fatto molto freddo, per cui un po’ tutta la natura si ritemprava con quella giornata soleggiata. Il terreno era ancora bagnato, e il nostro coniglietto Gigetto s’era accoccolato su una pietra per non prendersi d’umido. Non ne poteva più di umidità, dopo una settimana passata dentro la tana umidiccia e fredda. Mentre osservava la campagna luminosa, udiva il chiacchiericcio della natura in festa. La sua candida pelliccia riscaldata dal sole tremolava al vento leggero insieme all’erba e agli arbusti. D’un tratto vide in lontananza degli uomini vestiti di nero armati di fucile, che seguivano un branco di cani guaiolanti. Erano i cacciatori che dopo la pausa della settimana piovosa riprendevano la caccia. Gigetto cominciò ad agitarsi e a impaurirsi.
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C’era una volta una coccinella con due belle elitre rosse macchiettate sette volte di nero, che passeggiava su una lattuga in cerca di afidi e cocciniglie da mangiare. Faceva troppo caldo, per cui aveva fretta di tornarsene a casa. Dopo che si ebbe saziata, volò verso casa. Mentre volava, vide una formichina su un percorso accidentato di zolle, pietre e grandi foglie, intenta a trasportare con fatica una mollichina. Atterrò davanti a lei e dopo averla salutata le disse:
“State sempre a faticare voi formichine, ma non vi stancate mai?”
“Eccome se ci stanchiamo! per tutta l’estate dalla mattina alla sera; ma ci riposiamo tutto l’inverno al calduccio dei nostri formicai, con tante provviste nei magazzini, per sfamarci noi e la nostra regina con le sue larve” rispose la formichina.
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C’era una volta una lumachina di nome Cesarina che viveva tutta sola nella sua piccola casetta. Usciva la mattina per andare a mangiare qualche fogliolina in mezzo alla campagna, e tornava la sera col suo incedere lento ma costante. Un giorno sul suo cammino incontrò una tartarughina di nome Antonina che si era persa; era piccola, ma proprio piccola, quasi quanto la lumachina. Subito fecero amicizia e lentamente s’incamminarono insieme nella campagna. Nel loro percorso venivano superati da una miriade di animaletti e insetti, e loro li lasciavano passare, rispettosi di chi era più veloce di loro. Alcune formiche che uscivano scariche dal formicaio in cerca di cibo, mentre le superavano le prendevano in giro.
“Pista! Pista! Ché noi abbiamo fretta, lumaconi e tartarugoni che non siete altro!” esclamavano sghignazzando le formiche.
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C’era una volta una stella alta nel cielo, che si sentiva molto sola, distante anni luce com’era dalle altre sorelline. Allora si mise a viaggiare alla velocità della luce per l’universo, fino a raggiungere, dopo migliaia di anni, un’altra stella. Era stato un viaggio bellissimo, in cui aveva incontrato tante nebulose gassose, stelle comete, pianeti e meteore. Le si affiancò e la salutò:
“Ciao stellina, come ti chiami?”
“Io mi chiamo Vega e tu?”
“Il mio nome è Sirio.”
“Che ci fai qui, non ti avevo mai vista prima?” chiese Vega.
“Mi annoiavo a starmene tutta sola nella galassia, così ho raggiunto te che eri la stellina più vicina” rispose Sirio.
“Bene, così ci facciamo compagnia!” esclamò Vega.
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C’erano una volta un grilletto campestre di nome Carletto e un grilletto domestico di nome Nicoletto. Il primo, durante il giorno scavava lunghe tane nel terreno e vi si riparava fino a sera; il secondo, di giorno viveva nella cantina di un contadino e ne usciva solo la sera. Quando fuori c’era buio pesto, infatti, Carletto e Nicoletto uscivano e si incontravano sopra un albero. Parlavano un po’, del più e del meno, e poi si mettevano a cantare strofinando i loro organi stridulatori situati nelle ali, cercando di attirare le proprie compagne. Crìcrìcrì, crìcrìcrì, crìcrìcrì, cantavano i due grilletti Carletto e Nicoletto, per tutta la notte. Ogni tanto si riposavano e saltellando andavano in cerca di piante per sfamarsi.
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C’erano una volta una farfallina variopinta di nome Tanina e un’ape di nome Rosina, che volavano felici al sole di primavera su di un campo di fiori selvatici. C’erano tanti colori nella campagna: varie tonalità di giallo, il bianco delle margheritine, il rosso dei papaveri, il viola delle violette, il verde delle foglioline. L’ape Rosina ronzava sui fiori per suggerne il nettare e farne poi squisito miele, mentre la farfalla Tanina suggeva il nettare per nutrirsi e favoriva, come l’ape Rosina, l’impollinazione dei fiori spostandosi da un fiore all’altro. Per tali motivi erano entrambe molto utili all’agricoltura. Mentre volavano s’incontrarono e si salutarono rimanendo sospese in aria.
“Ciao piccola ape, come stai?” chiese la farfallina Tanina.
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C’era una volta una capretta di nome Antonietta e un capretto di nome Antonietto accuditi da un pastorello orfano di nome Antonello. Ogni mattina il pastorello Antonello portava a pascolare le due caprette su di una verde collina posta alle spalle della fattoria del padrone, un tipo scontroso e molto avaro. Lesinava persino sulla razione di cibo che forniva al pastorello come compenso per il suo lavoro, dandogli un tozzo di pane raffermo, un minuscolo pezzo di formaggio di capra e una noce per pranzo, dicendo che lo faceva per lui, per non appesantirlo troppo. Ma Antonello il pastorello completava il suo pranzo con i frutti che riusciva a trovare per la campagna e con il latte che mungeva di nascosto dalla capretta Antonietta.
Un giorno di primavera, mentre pascolavano sulla verde collina, scoppiò un fortissimo temporale, con tuoni assordanti e grandi fulmini nel cielo.
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C’era una volta un grande castello in cima ad una montagna difficilmente accessibile, dove vivevano un re e una regina coi loro ministri e cortigiani. Nonostante avessero provato tutti i rimedi dell’epoca, il re e la regina non riuscivano ad avere un figlio a cui lasciare l’eredità del loro regno. Un giorno giunse al castello un mago che diceva di avere il rimedio giusto per fare avere dei figli alla regina. Le diede da bere uno strano intruglio di colore verde con la raccomandazione di assumerne un bicchiere a stomaco vuoto, tre volte al giorno per tre giorni consecutivi. La regina, nella speranza di rimanere gravida, fece puntualmente quello che le aveva detto il mago. Dopo il primo mese dall’assunzione dell’intruglio verde, con somma felicità della regina e del re, ella risultò essere incinta. Col passare dei mesi il suo pancione si gonfiava a dismisura. I medici pronosticarono un parto gemellare.
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C’era una volta una paperella di nome Lella che passeggiava nel cortile con la tipica andatura da papera e starnazzava dalla mattina alla sera. Il cane Bill, che se ne stava tutto il giorno accucciato all’ombra a sonnecchiare, non la poteva sopportare.
“Un giorno o l’altro questa stupida papera me la mangio a colazione, così ritorna il silenzio in questo cortile” diceva il cane Bill.
“Sì, così ti becchi una randellata dal contadino, come quando hai cercato di aggredirmi” lo avvertiva il gatto Jerry, anch’egli sonnacchioso tutto il giorno. Fatto sta che Lella la paperella sembrava la padrona del cortile e tutta impettita lo percorreva facendo chiasso e irritando il cane Bill e il gatto Jerry. Il contadino invece era soddisfatto di questa paperella che aveva comprato al mercato ancora pulcino, così vivace e mangiona e che cresceva a vista d’occhio. La vedeva come un ottimo pasto per il prossimo Natale.
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C’era una volta un gigante buono di nome Osvaldo, che abitava in una grande caverna posta sulla scogliera nel regno di re Manfredi. Era alto più di quattro metri e pesava non meno di trecento chili. A vederlo era spaventoso, ma in realtà non era capace di fare del male a una mosca. Si cibava di erbe bollite, di carne cotta e di frutta, che la popolazione gli portava quotidianamente fin nella caverna, dato che non era capace di procurarsi né il cibo né l’acqua e sarebbe morto di fame e di sete nel giro di pochi giorni. Era amato da tutti per la sua bontà e allegria. Re Manfredi gli aveva proposto di vivere in città in una casa costruita appositamente per lui, per rendere più agevole il suo approvvigionamento, ma egli aveva rifiutato preferendo vivere nella campagna affacciata sul mare, immerso nella natura e nel silenzio.
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C’era una volta una lumachina su un cavolo, che mangiava una tenera e succosa fogliolina. Poverina, ci aveva messo due ore per raggiungere quella postazione privilegiata, quando dopo un po’ il contadino raccolse il cavolo per farsi fare una minestra dalla moglie. In quel movimento tellurico si appiccicò forte alla foglia per non cadere. Giunto a casa il contadino, che si chiamava Antonio, disse alla moglie che per quella sera voleva un minestra con cavolo, pomodori, patate e cipolle. Mentre la moglie, che si chiamava Irina ed era incinta, lavava il cavolo in una bacinella, vide la bianca lumachina e chiamò il figlioletto: “Celestino, guarda che cosa ho trovato, una bella lumachina con cui poter giocare.”
“Che bella, mammina, grazie!” esclamò il bambino.
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C’era una volta una regina di nome Amelia, moglie del re Amucar, che soffriva di tremendi mal di testa. I medici di corte non riuscivano a trovare un rimedio per lenire i suoi disturbi che la rendevano un giorno sì e un giorno no invalida. Raccomandava assoluto silenzio, si chiudeva nella sua stanza, accostava le pesanti tende fino a fare buio completo e poi si metteva a letto per smaltire la sua atroce cefalea. Re Amucar non sapeva che cosa fare, dopo avere interpellato tutti i medici del regno e di altri regni distanti.
Un giorno venne a corte un mago di nome Beghin, che disse di avere appositamente preparato una pozione per il mal di testa della regina; ma l’avrebbe ceduta ad una sola condizione: in cambio avrebbero dovuto concedergli in sposa la loro figlia, la principessa Fiammetta, molto giovane e bella.
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