Giusto per dar seguito alla precedente recensione del libro: “Le crociate viste dagli Arabi”, quest’oggi si vuole continuare nella recensione di un libro che solo in apparenza è uguale ma in realtà ci invita a scoprire l’intimità di un impero che ha dominato e condizionato molto spesso positivamente il mondo per diversi secoli
Quella degli ottomani fu una storia di espansione e declino durata seicento anni. Cominciò ai piedi delle montagne dell'Anatolia, si nutrì delle energie delle zone di frontiera per poi travolgere il potere bizantino e portare alla costruzione di un impero che all'epoca del suo massimo splendore si estendeva dal Danubio al Nilo. L'impero era islamico, ma molti dei suoi sudditi non erano musulmani e nessuno cercava di convertirli. Controllava le più importanti vie commerciali tra Oriente e Occidente, ma non era particolarmente interessato al commercio. Era un impero turco, ma molti dignitari, funzionari e soldati erano slavi dei Balcani. Chi viveva fuori dai suoi confini lo temeva, i popoli che ne facevano parte lo consideravano un miracolo di dinamismo e organizzazione. Prodigioso anche nella decadenza, nonostante la crescente corruzione, l'inconcludenza di alcuni sultani e l'inettitudine dei comandanti militari, smentì per trecento anni continui pronostici di imminente collasso e riuscì comunque a sopravvivere ai suoi più acerrimi nemici: lo zar di Russia e l'imperatore asburgico.
Jason Goodwin accompagna il lettore in un viaggio dilatato nel tempo e nello spazio in cui capitoli narrativi si alternano ad altri dedicati ad aspetti particolari, come il ritmo di vita all'interno dell'impero o il modo in cui gli ottomani combattevano o andavano per mare.
Tanto nominato quanto poco conosciuto, l'Impero ottomano arrivò a estendersi, a partire dalle polverose colline dell'Anatolia, fino all'Arabia, il Danubio, il Mar Nero e il Maghreb. All'interno delle sue frontiere vissero insieme, conservando le proprie principali caratteristiche, popoli di culture molto diverse (greci, albanesi, curdi, tartari, arabi). Popoli che con tutte le loro tradizioni, usanze e credente sfilano in questo libro. Jason Gooclwin racconta con vivida originalità la magnificenza di Solimano il Magnifico, la perfezione della burocrazia ottomana, il terrore che i suoi eserciti provocavano sui nemici, le stravaganze dei giannizzeri e di non pochi sultani, gli intrighi del serraglio, 10 sviluppo di città come Salonicco (importante centro della comunità sefardita), Sarajevo, Belgrado, Ragusa e, naturalmente, Istanbul. Lina completa panoramica storica dei mosaico etnico, culturale e religioso che tu 11 territorio dominato dai "signori degli orizzonti".
La ricostruzione fortemente evocativa di seicento anni di un Impero con pochi uguali nella storia delle civiltà.
Formato: Brossura; Pagine: 462; Lingua: Italiano; Editore: Einaudi
Chi l’avrebbe mai detto. Un Italiano ha combattuto in Indocina contro i francesi prima e gli americani dopo.
C'erano anche italiani a combattere i guerriglieri Meo, nel fango e nell'orrore della giungla indocinese. Uscito in prima edizione nel 2000 presso Tropea, viene riproposto il romanzo corale, avventuroso e documentario in cui gli autori raccolti sotto il nome collettivo di Wu Ming e Vitagliano Ravagli fanno rivivere una pagina sanguinosa di storia, cancellata dalla memoria ufficiale. Alla base della ricostruzione, testimonianze dirette, tra cui quelle dello stesso Ravagli.
Sotto la patina pacificata della storia ufficiale, ci sono storie che ancora fanno male. Come quella di Ravagli, il partigiano mancato che va a combattere in Laos a fianco dei guerriglieri comunisti, insieme a un piccolo ma consistente drappello di europei.
Tutti combattenti "invisibili", guardati con sospetto da quelle "formiche rosse" che non capiscono le loro motivazioni. Di fronte, gli indigeni Meo, "bande di ragazzi, quasi bambini, feroci come belve". Molti muoiono, Vitaliano torna. Il suo disagio, la sua storia, aprono una crepa nel presente, si saldano ad altri disagi, altre storie, altre fratture della Storia.
Titolo: L’Arazzo di Eudossia; Autore: Sergio Altizio; Casa Editrice: ISMECA; Collana: Poeti Contemporanei Omero; ISBN: 978-88-6416-017-7; Prezzo: 12,00 euro.
É il 1972 quando Italo Calvino pubblica il romanzo onirico e suggestivo Le città invisibili; in esso, ricorrendo alla tecnica della letteratura combinatoria, l’autore descrive per bocca di un Marco Polo visionario, ad un Kublai Khan disilluso e sognante, una serie di città: tutte irreali, tutte verosimili, tutte logicamente costruite sulla base di un pensiero, una riflessione, un tema filosofico. Ciascuna di esse è un topos, una forma, una idea platonica, un’anima, o un riflesso dell’anima dello scrittore.
Di una delle città descritte nel romanzo, Eudossia, Marco Polo dice che custodisce un tappeto, un magnifico arazzo intessuto con precisione mirabile. Gli abitanti della città sono convinti che ad ogni filo, ad ogni parte del disegno del tappeto corrisponda un luogo della loro città, anzi il luogo, l’essenza più vera dei luoghi della città, lo schema geometrico, platonico, dell’anima della città stessa. Ogni abitante di Eudossia, dice il viaggiatore veneziano, confronta all'ordine immobile del tappeto una sua immagine della città , una sua angoscia, e ognuno può trovare nascosta tra gli arabeschi una risposta, il racconto della sua vita, le svolte del destino.
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La Costa degli Schiavi, detta anche Diego Cao è il nome storico di un tratto della costa africana sull'Atlantico, compreso tra la foce del Niger e il regno del Dahomey, zona che si affaccia sul Golfo di Guinea, e che ha la lunghezza di circa 450 km. Si tratta quindi di una zona che corrisponde alla costa degli attuali stati del Togo, del Benin e della parte occidentale dell'odierna Nigeria E’ anche il titolo di un libro.
“Silenzioso sui loro piedi nudi gli schiavi attraversano duecento anni di storia danese senza lasciare altra traccia che due righe nei libri scolastici che informano che la Danimarca fu il primo paese, ad abolire il traffico degli chiavi”. Si, la mitica e civile Danimarca è stato il primo paese ad abolire la schiavitù, come il primo ad attuarla.
La Danimarca fu il primo paese ad abolire il traffico degli schiavi. Ma quel traffico continuerà per decenni dopo l'abolizione ufficiale, e nessuno schiavo ha mai raccontato la sua storia: per dar voce a quelle migliaia di esseri umani privati della libertà e trascinati dall'altra parte dell'oceano. L'autore del libro, Thorkild Hansen, va a cercare le tracce dei loro passi nella Guinea danese, l'attuale Ghana, lungo le rive del Volta, tra le rovine dei forti che dominavano con le loro mura bianche quella costa bordata di palme e battuta dalla risacca. E come guida si serve di diari, lettere, documenti lasciati da sette "testimoni oculari" che si sono succeduti nel corso di due secoli tra quelle mura: un tenente, due sacerdoti, un mercante, un medico, un contabile e un governatore. Nella città di Ouidah (Benin), a circa 42 chilometri da Cotonou, permane vivissima la memoria di una delle pagine più oscure della storia dell'umanità: la tratta degli schiavi. Prima di essere caricati sulle navi, gli sventurati dovevano affrontare in catene un persorso di 4 km (oggi l'Unesco ha costruito una via commemorativa), che li conduceva dal centro cittadino all'oceano passando per la Porta del Non Ritorno: era l'inizio della fine. La tragedia a cui erano destinati veniva segnata da un altro rituale inquietante: uomini e donne erano costretti a girare intorno all' Albero dell' Oblio, che avrebbe cancellato dalla loro memoria il ricordo della vita passata.
La Costa degli Schiavi non fu l'unica zona coinvolta nel commercio di schiavi che avrebbe avuto luogo per secoli sull'Atlantico; tuttavia, ha un'importanza di primo piano da questo punto di vista, anche perché nel periodo precoloniale era una delle zone più densamente popolate dell'intero continente africano.
Nel XV secolo, le grandi potenze europee iniziarono a creare insediamenti nelle Americhe. Gran parte dei vantaggi economici che le colonie americane potevano garantire erano legate alla creazione di piantagioni (per esempio di canna da zucchero); in seguito, soprattutto con la penetrazione portoghese in Brasile, a questo si aggiunse la prospettiva di ricavare dalle colonie risorse minerarie. In entrambi i casi si richiedeva l'uso di grandi quantità di manodopera per il lavoro pesante. Inizialmente, gli europei tentarono di far lavorare come schiavi gli indigeni americani; questa soluzione tuttavia non risultò sufficiente, soprattutto a causa della decimazione delle popolazioni native dovuta a malattie importate dai conquistatori europei (per esempio il vaiolo).
Nello stesso periodo, gli europei entrarono in contatto con la pratica nordafricana di far schiavi i prigionieri di guerra. I re locali delle regioni nella zona dei moderni Senegal e Benin spesso barattavano questi schiavi con gli europei. Gli schiavi ottenuti dai portoghesi e dagli spagnoli per questa via iniziarono a essere mandati nelle colonie americane, dando inizio al più grande commercio di schiavi della storia, quello attraverso l'Oceano Atlantico. La tratta degli schiavi attraverso l'Atlantico assunse rapidamente proporzioni senza precedenti, dando origine nelle Americhe a vere e proprie economie basate sullo schiavismo, dai Caraibi fino agli Stati Uniti meridionali. Complessivamente, qualcosa come 12 milioni di schiavi attraversarono l'oceano (la stima è approssimata. La BBC parla di 11 milioni L'Enciclopedia Britannica ritiene che la migrazione forzata fino al 1867 sia quantificabile tra 7 e 10 milioni. La maggior parte degli storici contemporanei stimano che il numero di schiavi africani trasbordati nel Nuovo Mondo sia tra 9,4 e 12 milioni; si tratta di una delle più grandi migrazioni della storia (e certamente la più grande migrazione forzata).
Potenze europee come Portogallo, Regno Unito, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia e il Brandeburgo, come anche mercanti provenienti dal Brasile e dal nordamerica presero parte a questo commercio. Le fondamenta della civiltà. Buona lettura. Thorkil Hansen – La costa degli schiavi – edito da Imperborea.
Da qualche giorno è in piena libertà, per gravi problemi di salute, Pier Luigi Concutelli, sessantasette anni, assassino e scrittore autobiografico. Concutelli, leader e fondatore assieme a Clemente Graziani del Movimento Politico Ordine Nuovo, un movimento politico terroristico legato agli ambienti dell’estrema destra, ha vissuto una vita tra prigione e ideali politici, latitanze all’estero, omicidi fuori dal carcere ma soprattutto dentro. Negli ambienti neri lo chiamano il Comandante. Concutelli non è un eroe o forse lo è per chi vede la vita con i suoi stessi occhi, e non è un pentito. In un’intervista di anni fa. su La7, Concutelli affermava di non essere pentito, quel che ha fatto, lo ha fatto perché doveva, era necessario, un po’ come i soldati quando vanno in guerra, hanno un nemico e un compito: sconfiggerlo.
Il nemico di Concutelli era chi potesse essere d’intralcio alla realizzazione dell’ideologia neofascista, uno di questi era il Sostituto procuratore Vittorio Occorsio, ucciso perché accusato di perseguitare le idee dei militanti di Ordine Nuovo. Dopo una panoramica generale per inquadrare la persona, passiamo al suo libro, scritto con Giuseppe Ardica, giornalista della Rai. Concutelli, l’uomo nero, è uno che si addestra, lui e i suoi camerati, i colpi non si improvvisano, li studiano. Una regola importante è che deve morire solo chi ha ricevuto la condanna, innocenti di mezzo non ci devono essere. Anche catturato, Concutelli è un duro. Racconta di botte e botte prese dai secondini, sangue e lividi portati addosso per giorni, descrive della cella d’isolamento e dei libri letti e riletti di Julius Evola che a volte recensisce a qualche prigioniero. Si esce dal carcere e si rientra, si esce e ancora si rientra e si deve scontare l’ergastolo. Dal libro emerge un uomo forte, pronto a tutto e senza paure ma forse a nostro avviso, anche sensibile, una sensibilità che non rivela esplicitamente ma vogliono essere un consiglio per non cadere in trappole ideologiche.
Si potrebbe pensare a un binomio perfetto, due libri “separati alla nascita”. Ci riferiamo a “Prendimi con te” e di “Firmino” rispettivamente di Paul Desalmand e Sam Savage.
Eppure più che un binomio, gli autori dei libri sembrano affetti da una sorta di monomania: entrambi puntano a spiegare il valore dei libri e della lettura, il primo proprio attraverso la voce di un libro, il secondo attraverso quella di un topolino.
Stranamente le storie si intrecciano, o meglio equiparano quella che può essere l’esistenza quasi futile di un libro, che va dalla stamperia al macero, a quella di un topolino, estremamente magro e di conseguenza estremamente affamato.
Possiamo immaginare che le esistenze dei due si sfiorino nel momento in cui IL libro nella storia raccontata si trova in un magazzino insieme ad altri suoi compagni, chiusi in uno scatolone, dove vengono assaliti da un gruppo di topolini affamati che si riducono a rosicchiarli, a distruggerli, per fame o per passatempo.
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Autore: Shakib Siba
Editore: Piemme
Genere: problemi e servizi sociali
Argomento: Afghanistan donne
Collana: Piemme pocket
E’ una brutta storia, fatta di dolore, di sofferenza e di violenza, di cui troppo spesso le donne sono vittime, ma è anche una bella storia, perché piena di coraggio, che alimenta la speranza che un giorno le cose possano cambiare, perché tutte le donne, in ogni angolo del mondo possano esprimere se stesse, la loro forza, la vita che c’è in loro.
E’ un libro che fa pensare, meditare, sul fatto che ancora troppi sono nel mondo, gli esseri umani che non hanno nemmeno la minima parte ci ciò di cui noi, ogni giorno, possiamo godere. Due cose su tutte: libertà e cibo.
Non è un romanzo.
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“Sulla nostra terra vengono fatti miliardi di utili, ma noi viviamo nell’oscurità”. Ecco in poche parole di come si sentono e vivono gli africani. In occidente in alcune trasmissioni di diffusione “culturale” ci dimostrano come noi bianchi siamo di origine africana, la nostra specie viene da lì. Quasi un vanto in questa esposizione sentimentale, quanto ipocrita. Un grande continente, motore della storia dell’umanità emarginato dal mondo. Bartholomäus Grill, per numerosi anni corrispondente per Die Zeit in Africa, nella sua brillante e scorrevole esposizione sui popoli africani ci dimostra le conseguenze della schiavitù e le profonde implicazioni del colonialismo e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo che tutt’oggi vige in questo continente.
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Che cos’è l’anima? Forse non tutti lo sanno, e anche chi crede di saperlo, forse, si sbaglia. A volte si crede ciecamente nelle parole “trasmesse”, ma queste non sempre coincidono con la verità. “L’anima pensata come soffio divino che scende dall’alto ed entra nell’utero della donna… non esiste, se esistesse, non dovrebbero esistere le malattie genetiche, cosa me ne faccio di un soffio spirituale se quella divinità che me lo infonde vedendo che il mio corpo o la mia mente si trasformano in modo anomalo non interviene a guarirmi?”
Sicuramente queste parole possono essere il pensiero di molti, soprattutto di chi si è allontanato dalla Fede per aver ritenuto più che vero questo concetto. Le ha scritte il teologo Vito Mancuso in un libro “L’anima e il suo destino”, in cui analizza le Scritture e il pensiero della Chiesa.
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In quest’epoca di pazzi, dove impera il culto del profitto, un piccolo raggio di luce si affaccia sul nostro mondo attraverso questa opera di Luciano Canfora che ci parla brevemente della storia della democrazia, dagli antichi greci ad oggi.
Lo studio che ci offre l’autore, con informazioni nuove in quanto occultate per ragioni di convenienza politica, in un’epoca vecchia quale la nostra perché la ruota della storia sta girando indietro, Canfora da un'idea sul corso della storia europea, dalla Rivoluzione inglese a quella francese, dalla Prima guerra mondiale fino alla guerra fredda al crollo del Muro alle elezioni in Iraq. Ripercorrendo le ideologie, quindi gli ideali che l'hanno nutrita e sostenuta. E’ sorprendente, in un’epoca di forte propaganda anti-comunista, come Canfora, ci offre spunti di storia della diplomazia dell’URSS degli anni ’30 senza il paravento dell’opportunismo, paragonandola con le altre democrazie. Molte verità emergono a tal riguardo. Avremo modo più in là di scrivere sugli eventi che portarono al 1989-1990.
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Titolo: Pozzoromolo; Autore: L.R. Carrino; Editore: Meridiano Zero; Collana: Primo parallelo; Data di pubblicazione: 2008; ISBN: 8882371778; ISBN-13: 9788882371777; Pagine: 285; Prezzo: Euro 15,00
Dopo le movenze de racconto lungo di "Acqua storta", Luigi Romolo Carrino dà vita a quello che possiamo considerare il suo primo vero romanzo, pur presentando taluni tratti di continuità con l'opera precedente.
Un libro imbevuto di poesia, di tragedia, di confessioni intime e struggenti, "Pozzoromolo" ripropone centrale e più cupo, il tema della sofferenza di chi vive una sessualità "diversa", narrando il calvario di un protagonista dall'antifrastico nome di Gioia, la cui sessualità ibrida lo trasforma in carne da macello, conducendolo a compiere un crimine di cui non ricorda nulla e aprendogli le porta di un ospedale psichiatrico dove lo ritroviamo, dopo venticinque anni, senza sapere perché si trovi lì.
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Si parla un linguaggio nuovo, spontaneo, ma preciso nella nuova libreria di Francavilla Fontana, sita in via Regina Elena.
Si ascolta la voce dei libri, quella degli autori.
Per la sua inaugurazione, Ubik ha passato il microfono ad una personalità importante che, nonostante la sua età, Mario Desiati, ha raggiunto traguardi notevoli, come essere uno dei finalisti del Premio Strega con il romanzo Ternitti.
“Chi ha detto più libri ha più chance nella vita” le parole del giovane martinese, precedute da una lunga e approfondita presentazione del libro tenuta da Vincenzo Garganese, il quale ha elogiato il linguaggio e i personaggio femminile di Mario, ha sottolineato la salentinità e la struttura del volume, ha richiamato all’attenzione la letteratura pugliese, che “cerca di resistere all’abbandono, che vuole riscattare il proprio ruolo”.
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Di meraviglie in questo mondo ce ne sono. Possiamo osservarle, toccarle, sentirle, vederle.
Tuttavia sappiamo bene che queste non bastano. Non sono mai bastate a nessuno, in realtà.
Ripercorriamo i ricordi d’infanzia. Sin d’allora abbiamo aggiunto all’elenco altre meraviglie, dettate dalla nostra mente, dalla nostra immaginazione.
Tutti abbiamo creato un nostro mondo ideale, un paese ricco di giocattoli, cioccolata, fango e pioggia, palloni e tutù. Ognuno l’ha caratterizzato con le proprie aspirazioni nei sogni, nei pensieri.
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Chissà quanti credenti si interrogano ogni giorno sulle discrepanze vistose che si notano fra il modello diffuso da Cristo e l'operato dei suoi moderni profeti, gli Andreotti, i Marcinkus e pure qualche pontefice che si vanta di aver contribuito alla demolizione "dell'utopia sociale".
Molti penseranno che forse questo è un periodo disgraziato. Ma non è così.
Jacopo Fo, Sergio Tomat e Laura Malucelli hanno realizzato "Il libro nero del cristianesimo", che sta avendo un meritato successo e che consigliamo a tutti, credenti e atei. Il volume elenca una impressionante serie di vicende tutte vere e documentate, che dimostrano che la Chiesa di Cristoin duemila anni più che a pascolare il gregge è stata impegnata, ogni santo giorno, a tosarlo e a farne abbacchi.
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Trent'anni fa Henry Gadsen, direttore della compagnia farmaceutica Merck, fece una dichiarazione sconcertante alla rivista Fortune: "Il nostro sogno è quello di produrre farmaci per gente sana. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque".
A distanza di 30 anni, il sogno del defunto Henry Gadsden si è avverato.
E indubbio che l’industria farmaceutica sta modellando la nostra percezione delle malattie con il supporto decisivo di “medici” e “informatori scientifici” e pubblicitari senza scrupoli.
Sempre più persone normali vengono fatte figurare come pazienti. Un fenomeno questo che, come gli altri è stato importato dagli USA.
Le compagnie farmaceutiche stanno commercializzando la paura con l'intento di abbassare la soglia per la prescrizione delle cure e addirittura inventare nuove patologie.
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Titolo: La fine della Libertà; Autore: Gore Vidal (Fazi Editore)
Sarcasmo e ironia, paradossi e provocazioni, sono alcune armi che spesso si è costretti ad usare per rompere la rete della censura globale, imposta da 4-5 Agenzie che controllano e scelgono le notizie su scala mondiale. Queste armi Gore Vidal usa magistralmente, quale esponente di quella corrente radical-liberale che in Italia verrebbe tacciata di anarco-bolscevismo.
Se nella precedente sua opera "L'età dell'oro" egli svelava un segreto terribile e cioè che Roosevelt era al corrente dell'attacco "a sorpresa" dei giapponesi a Pearl Harbor, in questa ultima fatica Vidal lancia un grido d'allarme sul processo involutivo della democrazia statunitense.
"Il nostro governo ha molti, molti segreti di cui i nostri nemici a quanto pare vengono a conoscenza sempre con grande anticipo" ironizza Vidal a proposito dell'attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono. Per inciso qualche dubbio a tale proposito lo nutre Noam Chomsky: "sul fatto che Bin Laden possa essere stato capace di pianificare quell'operazione, incredibilmente complessa, da una grotta sperduta nell'Afghanistan".
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Correva l’anno 1962 quando Angela e Giuliana Giussani decisero di dar vita a un nuovo personaggio dei fumetti.
Stiamo parlando di Diabolik, ladro spietato che per vivere una vita agiata con la sua amata Eva Kant, deruba famiglie ricchissime.
A contrastare il “Re del Terrore” (titolo del primo numero dell’infinita serie) è l’ispettore Ginko, suo alter-ego, fidanzato con la duchessa Altea di Vallenberg.
Verrebbe da dire che Diabolik non esisterebbe senza Ginko e senza Eva Kant.
Una delle particolarità di questo criminale, è la capacità di realizzare maschere di resina modellabile che gli permettono di riprodurre alla perfezione i volti di qualsiasi persona.
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Collana: Psiche
Autore: A.A.Schützenberger, G.Devroede
In maniera del tutto inconsapevole, i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri avi, ci lasciano in eredità problemi non risolti, traumi non “digeriti”, segreti indicibili.
Quando le cose non vengono dette, il corpo – lui sì – deve per forza esprimerle: questa è la somatizzazione.
Il corpo del bambino – figlio, nipote o pronipote che dir si voglia – qualunque sia la sua età, si trasforma nella voce dell’antenato ferito, nella “parola” del suo trauma.
Diventa allora necessario “tirare fuori lo scheletro dall’armadio”, decodificare le ferite non rimarginate e occuparsene, per liberarsi – alfine – dal “freddo” che ci hanno portato dentro.
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Ho di fronte a me un libro la cui copertina è tinta per metà di un colore: il verde, che generalmente sta ad indicare speranza, ma che questo testo sembra spegnere del tutto.
Sto parlando di Donna per caso, sto parlando di Jonathan Coe.
Certo, è un libro vecchiotto, che molti di voi avranno letto, altri sfogliato, altri ancora magari solo visto sullo scaffale di una libreria e li l’hanno lasciato, senza essere attratti neanche dal titolo.
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“Leone bianco Leone nero – La legge non è uguale per tutti” è il titolo del romanzo d’esordio del nisseno Giuseppe Nicosia, laureato in Scienze Naturali dal 2006 ed Educatore Alimentare dal 2008. Edito da “LG Edizioni”, è composto da 283 pagine e il suo prezzo di copertina è di € 14,90. Il sito dove lo si può acquistare online è www.leonebiancoleonenero.it.
Si tratta del diario-denuncia del fallimento del sistema carcerario italiano che a causa di molteplici carenze, da quelle strutturali a quelle organizzative, chiaramente non riesce ad assolvere il fondamentale e civile compito di istituzione riabilitativa del carcerato, dato che il 70 % dei detenuti una volta uscito torna a delinquere. Un diario che L’Autore ha scritto proprio fra le quattro mura del carcere “Malaspina” di Caltanissetta nei suoi 51 giorni di detenzione per avere coltivato piantine di marijuana, nonostante gli inquirenti per tale produzione non hanno accertato alcuno spaccio ed egli ha sempre sostenuto che fosse per uso personale, per evitare di comprarne sul mercato clandestino a caro prezzo e di scarsa qualità.
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"Alla fine delle Lettere persiane il lettore non ha, assistito solo al confronto fra la morale di Parigi e quella di Ispahan. Ha fatto, con l'immaginazione, il giro dal mondo.
Ha percorso tutti i luoghi illustri della storia; la Giudea, la Grecia, Roma. Scoprendo la relatività degli assoluti che vengono venerati in luoghi diversi e in diversi tempi, sente risvegliare in se stesso una spinta cosmopolitica che lo porta ad augurarsi la felicità e la prosperità di tutti i popoli,sente la necessità di innalzarsi all'universale.
Si prepara così il terreno per il trionfo dei concetti universali -.Ragione, Giustizia, Natura - in nome dei quali si possono a buon diritto condannare tutti i fanatismi particolaristici e tutte le intolleranze regionalistiche". (Jean Starobinski)
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Una lettura moderna della parabola del Figliol Prodigo
L’amore non si divide, si espande, si moltiplica e contagia. Ecco il messaggio che ci arriva leggendo il nuovo libro di Paolo Farinella sulla nota parabola del Figliol Prodigo. Come il padre che apre le braccia e accoglie, ma che soprattutto ascolta e non giudica, così Dio accoglie e senza aspettative dà ad ognuno la possibilità di sperimentarsi.
Questa parabola per l’Autore è «la parabola delle parabole», ovvero la chiave ermeneutica di tutta la rivelazione biblica. Viene presentata ai lettori con una interpretazione che può apparire «nuova», anche se è «antica» perché la sua rilettura si attacca alla esegesi giudaica e tiene conto dell’ambiente e del contesto in cui Luca l’ha pensata e scritta.
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Uscire dal lutto. Superare la propria tristezza e imparare di nuovo a vivere
autore: A.A.Schützenberger,E.B.Jeufroy
pagine: 88
La vita è fatta di cambiamenti e di perdite di ogni tipo, per i quali dobbiamo elaborare il lutto: morte, storie d’amore finite, licenziamento o pensionamento, esilio, traslochi... Spesso non abbiamo né l’energia, né la libertà di spirito, né la capacità di prendere decisioni positive e passiamo il nostro tempo a “ruminare”.
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Titolo: “Gli effetti secondari dei sogni”
Autore: Delphine De Vigan – Traduzione di Marco Bellini
Editore: Mondadori
Data di pubblicazione: maggio 2008
Pagine: 239
ISBN-13: 9788804578734
Lou Bertignac ha dodici anni: la sua famiglia, chiusa nel ricordo inconfessabile di una tragedia del passato, vive in un silenzio opprimente, mentre a scuola la sua intelligenza fuori dal comune l'ha portata in una classe avanzata, piena di studenti più grandi che non hanno nulla a che spartire con lei. Incapace di creare una relazione con chiunque, alla stazione di Austerlitz Lou incontra una ragazza appena più grande di lei, Nolwenn, che si è lasciata alle spalle un passato difficile e ora vive da randagia. Tra le due, nel tempo di uno sguardo, si crea un'intesa speciale, che nessuna delle due aveva mai trovato prima. La vicenda, drammatica eppure lieve, di due vite chiamate a intrecciarsi e, se non a salvarsi, almeno a trovare nuove speranze.
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Sei in treno? Magari in piedi nel corridoio tra gli spintoni dei passeggeri che lo attraversano e le frenate brusche del conduttore? Se ti va una lettura non impegnativa e da dimenticare come il viaggio nei treni regionali del sud Italia, consigliamo ‘Zone Rigide’, l’ultimo lavoro di Alessandro Cattelan.
Alessandro è il protagonista della storia e dopo essersi lasciato con la ragazza si diverte un po’, qualche scopata a destra e a sinistra anche con chi, ma lui non lo sa (ricorda qualcuno), ha qualche anno in meno di lui, “appena ho visto Monica sono stato travolto dal desiderio di farla mia…sarò inarrestabile, un martello con le gambe lanciato verso la gloria imperitura.
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Un romanzo sorprendente e divertente nel quale si descrive una situazione veramente al limite: tutti gli dei dell’Olimpo, con Zeus in testa ridotti a vivere quasi in povertà in un palazzotto a nord di Londra e di come ognuno di loro è costretto a fare per vivere da quando il dio unico è stato legalizzato dopo la vittoria di Costantino sul legittimo Imperatore Massenzio. Il paganesimo combattuto duramente per secoli dal cristianesimo scompare, lasciandoci però nell’antichità classica la geometria elementare di Euclide e il sistema solare tolemaico, gli arabi avevano lasciato la notazione decimale, i principi dell’algebra, la numerazione moderna e l’alchimia; il medioevo cristiano… nulla.
L’autrice del libro riesce nel fantasioso romanzo anche ad inserire alcune verità storiche sulla religione: ad esempio l’irritazione di Artemide quando paragonano le gesta bibliche di Mosè e il Mar Rosso, lei afferma che “Sono stati loro a copiarci, non noi a copiare loro” forse l’ennesimo aneddoto che ci spiega il sortilegio della nuova religione sul solco del codice da Vinci.
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“Non dimenticare che dovrai fare la scrittrice”. Queste le parole di una bambina ormai cresciuta. Queste le ormai vecchie speranze di una donna oggi dagli occhi piccoli e dalle mani gracili. I primi, forse, consumati da tutte le parole divorate in una vita intera; le seconde attraversate da vene molto evidenti, i segni del tempo e il valore di quelle parole da giornalista e scrittrice questa volta buttate su fogli bianchi. Ma una descrizione minuziosa non serve a dimostrare la semplicità di una donna come Lia Levi. Soprattutto se si assiste alla presentazione del suo ultimo libro per ragazzi, in cui accanto agli occhi e alle mani, a colpire è la disponibilità al dialogo con i piccoli ascoltatori.
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Una barbetta rossa caprina, un tozzo di pane e un pezzo di formaggio. Si è nutrito così in tutta la sua vita. Da evitare assolutamente la carne. Abituarsi a un tenore di vita superiore, che magari non si poteva sopportare, era una priorità. Evitava la carne anche quando gliela offrivano in una cena.
Tele e colori sempre a portata di mano, l’importante è dipingere, a qualsiasi costo, anche a costo di dar via tutti i suoi lavori al fratello purché gli desse soldi per procurarsi tele e colori. E gli occhi di tutti puntati addosso come se se fosse un matto. Introverso e schivo sin da fanciullo, quando preferiva starsene da solo anziché giocare con i suoi amichetti.
Il suo nome, Vincent, richiama subito il suo cognome e, inevitabilmente, ci troviamo a pronunciare: Vincent Van Gogh. Ma chi era davvero quest’uomo, quest’anima splendida e tenace.
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Titolo: I medici della camorra
Autore: De Rosa Corrado
Editore: Castelvecchi (collana Tazebao)
In Campania, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, alcuni criminologi vengono uccisi dai clan e altri si tolgono la vita perché accostati a vicende di camorra, che riportano tutte a Raffaele Cutolo o ai suoi diretti rivali. Anche negli ultimi anni vicende controverse coinvolgono psichiatri, operatori di comunità e medici in relazione a loro vere o presunte collusioni criminali.
"I medici della camorra" spiega come e perché la criminalità organizzata strumentalizza la malattia mentale e le perizie psichiatriche per ottenere benefici di ogni sorta. Una forma atipica e pericolosissima di "mafia dei colletti bianchi" che è entrata vischiosamente nelle procedure giudiziarie mettendo in discussione le modalità con le quali, oggi, viene amministrata la giustizia. Può costare da 2mila a 50mila euro al massimo assicurarsi la complicità di uno psichiatra.
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Recentemente la cinematografia italiana ha realizzato un film, seppur molto incompleto e con libere interpretazioni, su una figura storica del sindacalismo italiano: Giuseppe Di Vittorio. Chi si interessa alla storia del sindacalismo, chi milita nel sindacato pensa a ragione che Di Vittorio sia stato il primo sindacalista della nazione, non sapendo affatto che le radici del sindacalismo italiano sono più profonde nel tempo.
Il libro “Pane Amaro” è una tratto saliente della storia del sindacalismo pugliese, una fotografia sulle genti delle nostre terre del 19esimo e del ventesimo secolo. Ecco come eravamo noi altri. Canio Musacchio eroe indiscusso di un’epoca oscura finalmente esce dall’oblio della storia grazie al lavoro svolto da Salvatore Albano, Vincenzo Varrese e a tanti altri che hanno redatto un bel libro, scritto con dovizia di particolare grazie ad una ricerca storica dettagliata.
“[…] Nel suo girovagare il Musacchio si imbatté in Giovanni Laricchia, uno scalpellino originario di Santeramo, ma residente a Gravina che racconta, “Il 30 aprile 1891 vidi avvicinare, dove io lavoravo, agile e svelto, un giovane esile e piccolo, semplice ma nitidamente vestito, dal volto pallido, ornato da una chioma ricciuta, che sfuggiva a ciocche arruffate di sotto un cappello a larghe falde.
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Ecco il libro che racconta "la faccia nascosta" delle crociate Solitamente abbiamo imparato a conoscere le crociate ascoltando un’unica campana: quella dell’occidente. Un racconto sulla storia delle crociate come sono state viste, vissute e raccontate dagli arabi attraverso le testimonianze degli storici e dei cronisti arabi dell’epoca è sicuramente un’occasione da non perdere.
Ovviamente gli arabi non usavano il termine crociate per descrivere quello che per loro erano guerre di invasione: perché tali erano.
Nell'intento di dare alle Crociate un'immagine nuova e diversa, l’autore del libro Amin Maalouf edito da SEI reprint economica, ha fatto ricorso agli scritti degli storici arabi, molti dei quali sconosciuti in Europa, gettando al di là della barricata uno sguardo che ci riserva non poche sorprese.
Abituati a veder raccontate le crociate come una gloriosa corsa alla liberazione di Gerusalemme nel nome di dio, si può rimanere stupiti dalla realtà dei fatti avvenuti.
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Editore: Piemme
Data pubblicazione: Marzo 2010
Fratelli d’Italia... ma sarà poi vero? Perché, nel momento in cui ci si festeggiano i centocinquant’anni dall’Unità d’Italia, il conflitto tra Nord e Sud, fomentato da forze politiche che lo utilizzano spesso come una leva per catturare voti, pare aver superato il livello di guardia.
Pino Aprile, pugliese doc, interviene con grande verve polemica in un dibattito dai toni sempre più accesi, per fare il punto su una situazione che si trascina da anni, ma che di recente sembra essersi radicata in uno scontro di difficile composizione.
Percorrendo la storia di quella che per alcuni è conquista, per altri liberazione, l’autore porta alla luce una serie di fatti che, nella retorica dell’unificazione, sono stati volutamente rimossi e che aprono una nuova, interessante, a volte sconvolgente finestra sulla facciata del trionfalismo nazionalistico.
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