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Prodotti "made in...": informazione o protezionismo?

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made_inIl nuovo regolamento europeo sull'indicazione dell'origine dei prodotti difenderà più gli interessi commerciali delle aziende che i consumatori.
Ha passato l'esame del Parlamento europeo il progetto per rendere obbligatoria l'indicazione del luogo di produzione di tutti i prodotti importati nell'Ue da paesi terzi. Se anche passasse l'esame del Consiglio europeo, dubitiamo che sia un'informazione davvero utile per i consumatori. E la legge appena approvata in Italia rischia di fare anche peggio.
Benché salutato da ampi consensi, non ci esalta il nuovo regolamento europeo che prevede l'obbligo di dichiarare il paese di fabbricazione per i prodotti importati nel campo tessile, abbigliamento, calzature, ceramica, oreficeria, viti e bulloni, utensileria, coltelleria, vetro, rubinetteria e pneumatici.
Rischia infatti di essere utilizzato strumentalmente, non per tutelare i consumatori e il loro diritto di essere informati, ma per battaglie commerciali tra i produttori. Ai consumatori non interessa infatti tanto sapere dove sia stato fabbricato un prodotto, ma, concretamente, in quali condizioni: dal punto di vista del rispetto delle norme di qualità, della protezione dell'ambiente e dei diritti di chi lavora. La semplice indicazione di provenienza di per sé non dà garanzie sufficienti.
Il regolamento, così concepito, finisce col danneggiare, più che i produttori stranieri che già utilizzano l'etichetta "made in…", i produttori italiani che delocalizzano parte della produzione.
Il Parlamento europeo fa così sue alcune delle norme contenute in una legge italiana (55/10), di cui Paolo Martinello discute ampiamente sul numero in uscita a novembre di Consumatori, Diritti e Mercato (n.3/2010). Una legge che, paradossalmente, proprio mentre sostiene di voler tutelare l'italianità dei prodotti ridefinisce al ribasso le caratteristiche necessarie a un prodotto per potersi definire, volontariamente, "made in Italy". Basteranno infatti poche fasi di produzione in Italia (anche soltanto due su sette, come è previsto per il settore dei divani) per poter strillare la propria italianità. E questo vale anche se la materia prima utilizzata non è italiana. Parlare di informazione, decisamente, è un po' troppo.
 


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Autore di questo articolo: ZF

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