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Novità in vista per gli ambulanti

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I venditori ambulanti tirano un sospiro di sollievo. La cosiddetta Direttiva europea Bolkestein finalizzata ad abbattere i vincoli burocratici per l’apertura di attività economiche nel vecchio Continente sarà applicata anche in Italia ma non stravolgerà l’assetto consolidato di un settore, quello del commercio su aree pubbliche, che dà lavoro a 160mila micro-imprese a carattere prevalentemente familiare. Il testo definitivo del decreto attuativo approvato dal Parlamento italiano, infatti, se da un lato ha dato il via libera all’ingresso delle società di capitale (una novità, questa, contrastata però dalle organizzazioni di categoria degli ambulanti), dall’altro ha mantenuto il regime autorizzatorio collegato alla concessione di posteggio, rilasciata secondo una programmazione a monte. In sostanza, come ha sottolineato il presidente dell’Anva-Confesercenti, Maurizio Innocenti, la modifica richiesta dagli ambulanti e recepita dal Governo «garantisce e preserva un diritto fondamentale, senza il quale le autorizzazioni e le titolarità delle concessioni sarebbero andate a scadenza, non garantendo la continuità di impresa e vanificando ogni valorizzazione commerciale della stessa (perdita di avviamento)». Le ragioni del “No” le aveva chiarite anche il presidente Fiva-Confcommercio, Giacomo Errico, in una nota di protesta in cui si faceva notare: «che già oggi le concessioni di posteggio iniziali di un mercato o fiera sono messe a bando, rispettando dunque il criterio della selezione; che l’applicazione dello schema di decreto avrebbe prodotto non solo il vuoto normativo nella gestione giornaliera dei mercati e delle fiere e la conseguente paralisi delle procedure di assegnazione dei posteggi ma anche gravi conseguenze economiche sulle imprese in pendenza di mancati rinnovi delle concessioni e che, infine, sarebbe venuto meno il sistema dei diritti acquisiti senza che fossero predisposti strumenti ammortizzatori e periodi transitori per attenuare l’impatto della norma». Il secondo aspetto di rilievo, come ricordato, è l’apertura alle società di capitale. L’opposizione delle associazioni di categoria nasce dal fatto che lo Stato italiano, sin dal 1976, aveva limitato il settore solo alle imprese individuali e alle società di persone, in quanto il commercio su area pubblica si contraddistingue per il carattere familiare dell’impresa, la modestia dei capitali investiti, la partecipazione diretta del titolare alla gestione dell’impresa e la estrema flessibilità delle modalità di esercizio. «Consentire l’ingresso delle società di capitale nel commercio ambulante e su aree pubbliche – ha spiegato il Presidente Errico – equivale a mettere di fronte un piccolo David e un immenso Golia: troppa la sperequazione in merito alla disponibilità di risorse finanziarie, di accesso al credito, di organizzazione aziendale, di carattere fiscale e cioè di tutte quelle circostanze che impedirebbero una effettiva libertà di concorrenza». Il punto è che il no dell’Italia all’apertura alle società di capitali avrebbe configurato una infrazione ai principi della direttiva europea e avrebbe esposto l’Italia ad un procedimento sanzionatorio. Il timore dei sindacati degli ambulanti, per farla breve, è che la novità rappresenti un cavallo di troia per favorire l’ingresso della grande distribuzione. Si tratta, tuttavia, di un timore infondato. «Le società di capitali – osserva il presidente dell’Anva – non potranno essere titolari di più di due o tre concessioni all’interno dello stesso mercato così come per tutti noi. Semmai dovremo valutare se le nuove forme societarie possono invece favorire processi di modernizzazione e razionalizzazione del settore».
 


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Autore di questo articolo: Francesco Dente

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