Quando nel 1988 Leonard Cohen incise lo stupendo “I’m your man”, nessuno poteva aspettarsi, eppure grande era l’attesa, che potesse ritornare sulle scene musicali mondiali. Credo che Cohen, se leggesse quanto ho detto poc’anzi, si scatenerebbe come una furia contro di me. Ma ho già capito cosa mi rimprovererebbe: la parola “scene”. L’artista canadese, sin dai te mpi del suo primo, insuperato album nel 1969, “Songs of Leonard Cohen”, quello che contiene la stessa Suzanne ripresa poi qualche tempo dopo da De Andrè, è sempre stato schivo e abbastanza ombroso, lontano dai palcoscenici e dai riflettori del music-business, a parte la parentesi “peace&love” di Woodstock(1969), per cui fece una eccezione.
Nel 1992 esce “The Future” che sin dal primo ascolto si presenta un must: la musica appare sobria, sensuale, la voce del poeta prima che musicista si è nel frattempo fatta sempre più profonda e sembra provenire dai più profondi abissi di non so quale oceano. E poi la poetica dell’artista, la stessa da oltre vent’anni a questa parte, eppure magica, intrisa sempre di sarcasmo, ironia, disperazione, noia, in un’ottica specificatamente esistenzialistica. Non si può rimanere indifferenti di fronte al brano d’apertura che dà il titolo all’album, in cui ad un certo punto si dice :”I’ve seen the future, brother, it is murder”, ossia :”Ho visto il futuro, fratello, è omicidio” né alla grandezza infinita di Waiting for the miracle, il secondo pezzo, che tratteggia lo scenario di una società, quella occidentale, prossima al nulla ed in cerca di una nuova e rigenerante palingenesi. Poi è la volta di alcuni ottimi brani, quali Anthem ad esempio, e Democracy, entrambi socialmente impegnati in cui l’autore, partendo da dei personali vissuti, arriva a tratteggiare i caratteri macroscopici di un’America ufficialmente democratica, ma che in realtà cela inganni e soprusi divenuti universali perché assunti come modus vivendi a livello planetario: “l’America ha colonizzato il nostro sub-conscio” dirà il regista Wim Wenders...”The Future” non avrà la delicatezza del primo Cohen (vedi sopra), l’oscurità tenuemente satanica di “Songs of love and hate”, e nemmeno la magia privata di “Songs from a room”, ma basterebbero i brani citati per giustificarne l’acquisto, tenendo conto anche che in testa alla classifiche troviamo le varie Cristina Aguilera & Co (culi e/o tette varie) e che artisti come David Bowie e Lou Reed farebbero ormai meglio ad andare in pensione.