In quegli anni i Pink Floyd avevano raggiunto già una discreta fama, non solo nell’ambiente underground londinese, in virtù dei loro spettacoli a base di luci straboscopiche e psichedeliche; il gruppo era di fronte ad un bivio: continuare l’esperienza del rock-progressivo o cambiare strada. Si scelse la seconda ipotesi, visto anche la presenza di tanti altri gruppi (Genesis, King Crimson, Yes per fare degli esempi) che a livelli tecnico erano di un grado superiore e sicuramente più portati per quel tipo di genere tanto celebrale quanto la miglior parentesi nella storia del rock(anche in Italia non dimentichiamoci la PFM, il Banco del Mutuo Soccorso, gli Area seppur ai margini). La strada che i Pink Floyd intrapresero fu quella dell’alta tecnologia e dei sintetizzatori utilizzati in maniera intelligente (non virtuosistica alla Keith Emerson, né narcisistica/filosofica alla Brian Eno). Si mutuarono alcune componenti “volgari” della musica d’avanguardia- introduzione di rumori vari, dal battito cardiaco al ticchettio dell’orologio -, si aggiunsero una buona dose di rock fatto a discreti livelli, un’immagine misteriosa ed intellettuale, ed un passato quanto mai oscuro dell’ex leader Syd Barret ingabbiato nel tunnel degli allucinogeni: insomma il gioco si svolge sul piano puramente estetico. Questo mix di elementi risulta una bomba che come i primi istanti del disco è pronta ad esplodere in un grido liberatorio. Sta qui il segreto del successo di questo disco che senza dubbio non è il migliore della loro “dopo-non–troppo-imponente discografia”: meglio è l’esordio “The Piper at the gates of dawn”, oppure “Atom Heart Mother”, o anche “Wish you were here”. Tuttavia “The dark side of the moon” divenne una leggenda per quel suo strano fascino, per la sua tecnologia umana, per le sue liriche (si parla dell’alienazione dell’uomo nella società post-industriale, anche se per la verità Roger Waters darà miglior sfogo alle sue paranoie con il mastodontico “The Wall”): si crea il mito ed il business, l’album diventa un must, uno status symbol a volte che identificava i presunti intellettuali separandoli dagli elitari del jazz, dai rockettari in stile Deep Purple, dai bluesofili e affini, dai celebrali Crimsoniani. Se il disco vi manca, il consiglio è quello di acquistarlo, meglio ancora dopo i loro primi lavori (per capirne la svolta artistica). Se poi decidete di approfondire qualcos’altro (Miles Davis per dirne uno) direi che è la scelta migliore fra tutte.

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