Il grunge, molto spesso, piuttosto che per le sue caratteristiche musicali, è stato inteso più come una sorta di grande categoria d’appartenenza, di natura soprattutto geografica, nella quale potevano essere inserite le numerose rock band nate nella città dello Stato di Washington nella seconda metà del decennio. Difatti, non raramente, oggigiorno quando si parla di grunge si usa il sinonimo Seattle Sound. Eppure, non è difficile l’identificazione di una canzone grunge, anzi, è decisamente semplice da individuare. Ciò fa presupporre chiaramente che questa definizione non è esatta, o meglio, non è completa. Basterebbe ascoltare un qualsiasi album dei Nirvana, degli Alice in Chains o dei Pearl Jam (cito le band più famose) per comprendere bene il genere musicale ed identificarlo facilmente: le “ballad”, lenti pezzi i cui testi sono connotati per lo più da sentimenti deprimenti ed emozioni oscure, e le canzoni tendenzialmente più vicine nell’esecuzione al punk-rock e all’heavy metal, il cui ritmo è molto elevato, serrato, dal sound per lo più distorto, ed i cui testi sono cantati urlando. In sostanza, al contrario di quanto molti sostengono, ovvero che il grunge non sia un genere ben definito, il Seattle Sound ha evidenti elementari caratterizzazioni, che lo differenziano dalla musica diffusa in quel decennio, la cui più popolare fu sicuramente la New Wave; inoltre, un’altra caratteristica è il semplice utilizzo di tre strumenti musicali basilari, quali la chitarra (elettrica o classica degli unplugged), la fondamentale batteria e l’essenziale basso, rinunciando quasi del tutto a tastiere e sintetizzatori, molto in voga in quegli anni. Come si può notare, dunque, si hanno già parecchi elementi per definire il succitato genere.
Di sicuro, il Seattle Sound ha dato vita anche al “movimento grunge”, diffusissimo fra le giovani generazioni degli inizi anni Novanta, caratterizzato soprattutto da un determinato abbigliamento, quale fu l’utilizzo di note scarpe ginniche dalla punta bianca o massicci anfibi, jeans o pantaloni usurati e le famose pesanti camicie di flanella a quadri, diffuse fra i taglialegna del Nord America. A questi capi si accostavano spesso l’incolta barba ed i capelli lunghi. Un abbigliamento in sostanza povero: il tutto per trasmettere, un po’ come accadde con il fenomeno del punk, quel senso di ribellione nei confronti della società che era da poco uscita da un decennio di crisi economiche, e che quindi portava con se gli strascichi della depressione degli anni Settanta: in primis la disoccupazione e, in secundis, la conseguente povertà.
La sua fine può essere circoscritta con la prematura scomparsa dei principali leaders del movimento: Kurt Cobain (1994) e Layne Staley (2002), icone rock del decennio. Eppure, oggigiorno, il genere sembra essere tornato in voga, dopo che per quasi dieci anni era stato un po’ dimenticato. Ovviamente più contaminato del previsto, il grunge si sta riproponendo anche nell’industria della moda, con capi d’abbigliamento che sempre di più ci fanno ritornare in mente quel particolare modo di vestire. Sperando, comunque, che questo lieto ritorno si limiti soltanto alla musica e alla mera moda, tralasciando uno degli aspetti più buii e devastanti spesso legati al Seattle Sound: l’eroina…

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