Dopo una serie di pellegrinaggi dell’anima, questa, richiamata da Caronte, decide di convertirsi e dedicarsi completamente alla ricerca dell’uno al di sopra del bene e del male, affidandosi completamente a Dio che è l’unica salvezza possibile e inaspettata, necessaria ma non forzata, l’uscita del labirinto insomma. Le liriche di Cave sono profonde e intense come la sua voce del resto che si è parecchio addolcita rispetto all’esordio di From Her to Eternity di tredici anni prima. La musica poi, spettrale, ipnotica, ridotta all’osso e per questo funzionale sia alla tematica del disco, sia all’estetica dark del cantautore. Ogni brano del disco è un capolavoro assoluto, una preghiera, un’invocazione al perdono: si parte da Into my arms che esprime il desiderio di stare nelle braccia del Signore, si attraversano dubbi pericolosi con (Are you) the one that I’ve been waiting for?, per concludere elogiando la bellezza con Green Eyes. Nel 2001 è uscito l’ultimo disco di Nick Cave, No more shall we part, che è anch’esso dominato da tematiche esistenziali che confluiscono nella religione. Adesso, ascoltandolo, Nick Cave sembra un angelo bianco, un uomo sereno che pur non abbandonando la strada del dubbio terrificante e sconvolgente, ha trovato la giusta collocazione in un mondo troppo spesso insensibile al dolore.

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