La metodologia virtual instore shopper stenta a decollare in Italia benché abbia dato prova, come in altri paesi del mondo, di essere un’ottima predittrice del comportamento di acquisto dei
consumatori nel punto di vendita. L’uso della tecnica di ricerca che si avvale della simulazione di acquisto in ambiente virtuale oggi è utilizzata con successo dall’industria e dalla distribuzione, in quanto ha dato largamente prova di essere il metodo meno costoso, più efficiente e affidabile per selezionare, ottimizzare e qualificare tutta una serie di iniziative nel punto di vendita prima di procedere all’effettiva introduzione sul mercato.
Grazie alla facilità di condivisione e riapplicazione, soprattutto all’interno delle grandi multinazionali, ricerche che usano l’ambiente virtuale come stimolo da sottoporre allo shopper vengono eseguite nella maggior parte dei paesi del mondo industrializzato: dalla Corea all’India, dall’America al Giappone fino all’Europa.
I benefici per il mondo marketing dell’industria e della distribuzione sono ampi, visto che l’approccio permette di studiare e misurare il comportamento degli shopper in relazione a tutti quegli elementi importanti lungo il percorso di acquisto. Un ampio spettro di problematiche di instore marketing può essere studiato quale alternativa, per esempio, di planogrammi, posizioni di categorie e prodotti a scaffale, esecuzioni di studi di price sensitivity, ottimizzazioni di materiali di comunicazione nel punto di vendita o valutazioni di nuove confezioni in un contesto competitivo.
Uno dei primari benefici di questo approccio, al di là di considerevoli saving in termini sia di tempo sia di accresciuta flessibilità e massima confidenzialità, è dato dal controllo sperimentale che il ricercatore può utilizzare sull’ambiente e l’interazione che lo shopper può avere con esso. Ciò permette di raccogliere evidenze di shopper marketing con espliciti link causali fra variabili direttamente controllabili nel punto di vendita e il loro impatto sul comportamento di acquisto
dei rispondenti. Non sorprende, quindi, come l’utilizzo della virtual instore stopper methodology sia cresciuto nell’arco di poco più di un decennio e la metodologia sia considerata un’alternativa a tecniche più tradizionali, quali shopper test eseguiti fisicamente nei punti di vendita in quanto
questi ultimi tendono a essere più costosi, time-consuming e complessi da gestire.
E l’Italia? In Italia, ancora oggi, la virtual instore shopper methodology è uno strumento di ricerca utilizzato poco e da pochi, probabilmente per un mix di ragioni: perché non è ben conosciuto
e qualche volta mistificato; perché erroneamente ritenuto non predittivo del comportamento degli shopper all’interno del reale punto di vendita; perché ritenuto costoso in quanto comparato con
tecniche di ricerca che non producono risultati minimamente comparabili.

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