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Edward mani di forbice: storia di un diverso

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mani_forbice

Regia: Tim Burton; Titolo originale: Edward Scissorhands; Genere: Fantastico; Durata: 100 minuti; Produzione: USA 2009

Nevica sul castello tenebroso collocato sulla collina. Un carrello indietro conduce lo spettatore nella camera di una bambina, la quale chiede a sua nonna: “Da dove viene la neve?”. Una carrellata aerea sulla cittadina ci porta sul tailleur color pastello di una donna: Peg, rappresentante Avon in una ridente cittadina-surrogato di Burbank, inizia il solito giro giornaliero per le case dei vicini, con il fine di vendere i cosmetici che promuove. Nonostante le sue qualità oratorie, la donna riceve una serie di rifiuti: una signora le risponde di non aver mai comprato niente da lei e di non essere interessata nemmeno alla nuova collezione; un’altra è impegnata nella seduzione di un idraulico e la caccia in malo modo; una ragazza le dice di non avere soldi per fare acquisti. Peg, rassegnata, rientra nell’automobile per tornare a casa, ma, guardando dallo specchietto laterale, vede il castello che domina dall’alto la città e decide di fare un ultimo tentativo. Qui, dopo aver attraversato un meraviglioso giardino di siepi dalle forme più diversificate, incontra Edward, un ragazzo strano che ha le forbici al posto delle mani, e, dopo aver scoperto che egli non ha più nessuno e che è completamente solo- da buona madre americana- decide di “adottarlo” e di portarlo a vivere nella propria casa.

Il vicinato pettegolo si dimostra subito incuriosito dallo strano e affascinante personaggio, reso diverso dall’aspetto esteriore. Inizia il giro di telefonate tra le abitanti della cittadina, che si chiedono chi sia Edward, mentre il ragazzo inizia a scontrarsi con la “civiltà”: buca il materasso ad acqua; non è in grado di vestirsi da solo né di utilizzare le posate per cenare. L’indomani però dimostra di essere ricco di immaginazione e di avere delle potenzialità quando crea, con le sue mani-forbice, siepi a forma di animali.
Peg organizza un barbecue per soddisfare la curiosità del vicinato- le casalinghe chiedono a gran voce di poter vedere Edward, come se questi fosse un animale da circo - e, in questa occasione, tutti si dimostrano compassionevoli e pietosamente ben disposti nei confronti della strana creatura. Un anziano con una gamba di legno consiglia al ragazzo di non permettere a nessuno di dirgli che è un handicappato. La vicina che più tardi tenterà di sedurre Edward subito si intromette nel discorso: “Chi è handicappato? Non essere ridicolo non sei un handicappato, tu sei… come vi chiamano?... Diversi”. L’unica che non partecipa all’evento è la matta del villaggio, una bigotta che suona l’organo e vive tra croci, salmi e candele.
In serata, Kim, la figlia maggiore di Peg, torna a casa dalle vacanze col suo boyfriend Jim e, rientrata nella sua camera, si spaventa alla vista di Edward. Tuttavia dopo qualche incomprensione tra i due la vita sembra scorrere tranquilla. Un giorno Edward si scopre tosa-cani, poi diventa parrucchiere per signora, attirando in tal modo anche l’attenzione della rete televisiva locale. Durante l’intervista nello studio televisivo Kim comprende di essere amata dal ragazzo discreto e solitario. Jim decide di sfruttare questo sentimento per coinvolgerlo, in una rapina ai danni di suo padre. Edward accetta, ma viene scoperto dalla polizia.
Da questo momento in poi i vicini accantonano la curiosità per adottare un atteggiamento ostile. Anche la famiglia adottiva di Edward, spaventata dalla contrarietà della comunità, deciderà di allontanarlo.
Nel finale la folla impazzita, composta dai membri della società dei “normali”, inseguirà Edward, ricacciandolo nel suo rifugio, il castello. Qui Edward e Kim si abbracciano, quando Jim, completamente pazzo di gelosia, tenta di ucciderli.
Infine sarà Jim ad essere ucciso due volte: la prima, fisicamente, per mano di Edward; la seconda, metaforicamente, da Kim, perché la ragazza gli nega ogni forma di giustizia, nascondendo il gesto del freak alla folla. Edward, quindi, ritornato nel suo ambiente naturale, passerà in solitudine l’intera esistenza, lontano dall’ipocrisia della società.
Infine ritorniamo nella camera della bambina, dove la nonna conclude il racconto spiegando che la neve proviene proprio da quel castello, dove Edward scolpisce bellissime statue di ghiaccio.

 

In Edward Scissorhands Burton adotta il codice narrativo della favola, che nello specifico è raccontata, in una notte d’inverno, dall’ormai anziana Kim alla sua nipotina che le chiede da dove venga la neve. A questo punto l’ambientazione e l’atmosfera cambiano: in una mattina assolata, Peg inizia il solito giro per le case delle clienti. Da questo momento in poi il codice della favola è abbandonato e il film si trasforma in un racconto moderno, in cui, citando Antoine de Baecque, “l’universo gotico inquietante si innesta nell’american way of life della società urbana”.
In effetti in Edward mani di forbice il tempo primitivo e lo spazio extra-americano di tradizione gotica si inseriscono direttamente nella città americana contemporanea, grazie al racconto fantastico. Il cineasta riesce, combinando la favola con il racconto moderno, a far coesistere immaginazione e realtà nello stesso universo. Edward non è altro che un essere fantastico prodotto dall’immaginazione infantile, uscito dalla favola per scontrarsi con la società reale.
La dicotomia favola-realtà è chiarita diegeticamente dall’esistenza di due ambientazioni differenti e separate. Da un lato il castello gotico in cui vive il ragazzo con le forbici al posto delle mani, all’interno del quale comincia e termina la favola; dall’altro la periferia della comune cittadina californiana in cui si svolge l’azione. La presenza di un castello nella cittadina risulterebbe incomprensibile se non si interpretasse questo luogo come frontiera al limite tra realtà e immaginazione.
All’interno della pellicola il passaggio dall’universo fiabesco al mondo reale è segnato dal cambiamento della musica e della fotografia: in tutte le scene riprese nel castello si può ascoltare un leitmotif che rimanda alla dimensione immaginifica dell’ambientazione e la fotografia è dominata da tonalità fredde - come il blu - che presuppongono un’atmosfera surreale; al contrario le sequenze girate nella periferia sono caratterizzate dalla presenza di rumori ordinari e da tinte pastello.
All'interno della favola Burton elabora una propria, personale poetica della diversità e verifica le disastrose conseguenze dell’inserimento del “diverso” nella comunità dei “normali”: i cittadini - che in un primo momento si mostrano incuriositi e colpiti dalle straordinarie capacità del personaggio creato dall’immaginazione del cineasta - adottano, col passare del tempo, un atteggiamento fortemente ostile nei confronti di Edward, poiché non riescono ad imporgli la propria morale borghese.
Burton non conformare la sua creatura agli abitanti, bensì la relega in un altrove fantastico. L’unico modo per risolvere il conflitto tra “diverso” e “normali” è l’autoesclusione del freak, il quale, davanti alla barriera innalzata dalla società borghese, incapace di omologarsi, decide di chiudersi nel castello, luogo fiabesco, marginale e immaginario.


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Giovanni  - Errore di data |07-09-2010 13:57:39
Penso che si tratti semplicemente di una svista. Il film è del lontano 1990 e segna l'inizio della collaborazione fra Johnny Depp e Tim Burton.
Valeria de Bari |12-09-2010 13:49:42
Esatto è un film del 1990...si è trattato di una svista. Pardon!

Valeria de Bari collabora con noi da Martedì 10 Novembre 2009.

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