Puntualmente ignorato dalla critica cinematografica che si è sempre guardata bene dal menzionarlo nella classifica dei migliori film di sempre, “Barry Lyndon” è invece un capolavoro assoluto, forse non il più significativo di Kubrick ma sicuramente il più bello da un punto di vista puramente estetico. Occorre calarsi nell’atmosfera del settecento per comprendere la vita quotidiana e le abitudini di irlandesi, inglesi e prussiani dell’epoca.
Barry Lyndon e Arancia Meccanica sono i due film di Kubrick più diversi tra loro, ma allo stesso tempo uno è il doppio dell’altro, formando insieme il requiem o l’inno kubrickiano all’individuo: sono gli unici due film a proporre la “storia” di un singolo personaggio, intorno a cui si dispongono gli altri personaggi e le situazioni.
In Barry Lyndon, in particolar modo, il protagonista tenta inutilmente di controllare il suo passaggio attraverso la Storia e i casi della vita.
Kubrick e i suoi collaboratori si ispirano largamente alla pittura di paesaggio e di interni dell’epoca: essi creano dei tableaux vivant che, per essere creati, richiedono complesse strategie organizzative. Ad esempio, alcune luci naturali radenti del tramonto si avevano solo nell’arco di dieci o venti minuti.
Anche nei film precedenti c’erano riferimenti all’epoca in questione perché secondo il regista il mondo moderno sarebbe nato dal secolo dei lumi e lui si poneva sempre interrogativi sul futuro cercando di risalire alle sue origini. Kubrick ha sempre considerato l’opera d’arte un dialogo tra passato e futuro, dal quale viene escluso il presente.
La società del settecento elaborava codici di comportamento e di etichetta prescrittivi e minuziosi, che rendono la vita sciale in tutte le sue forme, un’enorme messa in scena.
La guerra diventa per Kubrick non tanto un evento storico, né terreno di lotta, ma un gioco che dispiega una messa in scena lussuosa e inutile.
In Barry Lyndon i personaggi eccheggiano Shakespeare, ma senza saperlo: uno scambio feroce di battute tra Bullingdon ancora fanciullo e sua madre riprende in modo molto chiaro quello scambio tra Amleto e la madre Gertrude che avviene dopo la rappresentazione di corte. Mentre nel film avviene prima il dialogo e poi la rappresentazione, nell’opera shakespeariana avviene il contrario e questo rapporto rovesciato ricorda in qualche modo Orizzonti di Gloria in cui i teatranti guardavano e gli spettatori recitavano. Il rovesciamento della relazione finzione-realtà e della relazione cinema-teatro porta Kubrick a sostenere che il cinema è falsificazione, simulazione, finzione, mentre il teatro è verità, sincerità e logica.
Per il regista, dunque, il cinema è teatro filmato, ma solo perché il mondo intero diventa teatrale.
La derisione dei soggetti è evidente in alcuni dei film di Kubrick, tra cui Barry Lyndon che, già nel romanzo è segno di beffarda finzione, poiché Redmond Barry non riuscirà ad essere veramente il nobile Barry Lyndon.
Rispetto al romanzo, il personaggio, viene depotenziato. L’avventuriero alto, grosso e bruno, diventa il biondo e quasi efebico Ryan O’Neal e come l’uomo di 2001, Barry appare freddo, incapace di determinare il proprio destino.
Barry Lyndon è un film che parla del bello. Musica, pittura, abbigliamento, architettura, tutto ciò fa da sfondo ad una seconda metà del XVIII secolo in cui tutto si trova in un equilibrio di civiltà incurante di essere nel mirino dei ribelli delle colonie americane.
Il film ebbe 7 nomination all’Oscar e 4 premi:
- Fotografia: J.Alcott
- Scene: K.Adam, R.Walken, V.Dixon
- Costumi: Ulla-Britt Soderlund, Milana Canonero
- Musica adattata da Leonard Rosenman

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