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Sharbat Gula, gli occhi che parlarono al mondo

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Sharbat Gula forse è un nome che a molti non dirà nulla, ma la sua fotografia è diventata famosa in tutto il mondo grazie a una copertina della rivista National Geographic del 1985. Nella foto spiccano i suoi occhi, due iridi di colore verde mare. In essi è possibile leggere la tragedia di una terra prosciugata dalla guerra e sono divenuti celebri come gli occhi della "ragazza afghana" fotografata ventisei anni fa da Steve McCurry. Per diciassette anni nessuno ha conosciuto il nome di quella tredicenne di etnia pashtun.
I pashtun sono un gruppo etnico-linguistico che vive principalmente nell’Est dell’Iran, nel Sud-Est dall’Afghanistan ed in alcune province dell’Ovest del Pakistan.
Sharbat Gula al tempo della foto, rimasta orfana da poco durante il conflitto sovietico-afghano, si trovava in un campo rifugiati in Afghanistan.
Steve McCurry ha raccontato in diverse interviste come ha scattato quella foto. Si trovava da poco nel campo profughi per documentare il calvario dei profughi dell’Afghanistan, quando la sua guida aveva iniziato a litigare con il capo del campo e lui si era allontanato per non essere immischiato nella discussione: "Ricordo il rumore e la confusione di quel campo profughi, vent’anni fa. Chiesi il permesso all’insegnante di entrare nella tenda della scuola femminile e fotografare alcune scolare. La più timida di loro mi diede il permesso di fotografarla ed io scattai qualche fotogramma". McCurry ricorda ancora la sua espressione: l’uomo era uno sconosciuto e lei non era mai stata fotografata prima.
Nel mese di gennaio del 2002 il team della National Geographic e McCurry tornarono nel campo profughi di Nasir Bagh in Pakistan, dove era stata originariamente scattata la foto.
Mostrando l’immagine nei dintorni del campo vicino a Peshawar, un insegnante della scuola aveva detto di conoscere il suo nome: era una giovane donna di nome Alam Bibi che abitava in un villaggio vicino, ma McCurry si rese conto che non era lei. Tuttavia, dopo lunghe ricerche, dopo una serie di contatti, un uomo identificò l'adolesente della foto come Sharbat Gula, con la quale aveva vissuto un legame fraterno all'nterno del campo; dopo gli anni così trascorsi Sharbat era tornata in Afghanistan e nel momento in cui il fotografo la stava cercando lei viveva tra le montagne vicino a Tora Bora.
Per avere la certezza dell’identità di Sharbat, il National Geographic si è avvalso di un metodo scientifico che permettesse l’inequivocabile conferma dell’identità della ragazza. Sono state applicate diverse tecniche, di alto livello scientifico come l’analisi del riconoscimento dell’iride e il metodo del riconoscimento facciale sviluppato dall’FBI.
Quando McCurry l'ha ritrovata, nel 2002, Sharbat Gula aveva tra i ventotto e i trent'anni. Il tempo aveva cancellato la sua giovinezza, ma non il riverbero nei suoi occhi magnetici, brucianti, spalancati in quell’ espressione mista tra paura, mistero, rabbia e voglia di riscatto.
"Ha avuto una vita difficile" ha detto McCurry dopo il suo incontro con la donna.
Consideriamo i numeri dell’epoca: ventitre anni di guerra, 1,5 milioni di morti, 3,5 milioni di rifugiati. Questa è la storia dell’Afghanistan dell’ultimo quarto di secolo o forse più, e nonostante adesso siamo nel 2010 non sembra che le cose siano cambiate. "Non c’è una sola famiglia che non ha ingoiato l’amarezza della guerra", disse un giovane mercante afghano nel 1985 alla National Geographic, storia che apparve con la fotografia di Sharbat sulla copertina.
Oggi Sharbat Gula si prende cura dei suoi figli, che sono al centro della sua vita. Robina ha tredici anni, Zahida ne ha tre, Alia è l’unico maschio; una quarta figlia è morta in tenera età. Suo marito, Rahmat Gul, ricorda di essere sposato con lei da quando aveva sedici anni, con un'unione combinata.
"Le donne spariscono dalla scena pubblica -  disse lei rispondendo alle domande di McCurry - Per strada si indossa un burqa color prugna, che mura le donne dall’esterno, dagli occhi di uomini diversi dai mariti. E ‘una cosa bella da indossare, non una maledizione".
La speranza di Sharbat è che i suoi figli, almeno i più giovani, possano ricevere l'istruzione che lei avrebbe voluto avere, ma che ha interrotto a tredici anni per andare in purdah e condurre l’esistenza appartata seguita da molte donne islamiche una volta raggiunta la pubertà, prima del matrimonio.
Il fotoreporter ricorda che l'espressione della donna durante l'intervista era piatta, priva di emozione. Sul tema delle donne sposate la tradizione culturale è rigorosa: non devono guardare e non devono sorridere a un uomo che non sia il loro sposo. Sharbat Infatti non sorrise mai a McCurry e non riusciva a capire come la sua immagine avesse toccato così tante persone, non conosceva il potere comunicativo di quegli occhi, non aveva neppure mai visto quello scatto prima del secondo incontro con lo statunitense, né mai un'altra macchina fotografica aveva immortalato la sua immagine dopo quel lontano 1984.
"La storia di Sharbat è la metafora della vita di tutti i rifugiati - ha detto nel 2002 William L. Allen, redattore capo di National Geographic Magazine - È giusto che lei ci induca tutti a riconoscere le sofferenze inflitte al popolo che rappresenta".
In occasione dell’incontro con la misteriosa bambina dallo sguardo magnetico, ormai donna, il National Geographic ha fondato la “Afghan Girls Fund”, uno speciale fondo di assistenza per lo sviluppo e la costruzione di opportunità educative per le giovani donne e le bambine Afghane. A partire dal 2008 il nome della fondazione è diventato “Afghan Children’s Fund”, includendo anche i bambini maschi.
La National Geographic Society lavorerà in collaborazione con organizzazioni umanitarie senza fini di lucro e con le autorità locali afgane per l’implementazione del programma di assistenza.


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Angela Pansini collabora con noi da Lunedì 30 Novembre 2009.

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