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Roba da non crederci. Il giornalista chiede: “Cosa gli diciamo allora ai Vescovi sui preservativi?”. La risposta: “Che se vanno a puttane devono usarli”. E la risposta arriva da uno che non è solo uno scrittore, è un prete.
E’ Don Andrea Gallo classe 1928, cappello stile Borsalino, occhialini e l’inseparabile mezzo toscano tra le dita. Un prete da marciapiede come ama definirsi, un ultraottantenne arzillo e gagliardo, soprattutto giovanile nell’animo. Un prete scomodo ai più, in particolar modo a quella parte di Chiesa che si comporta come una casta, lontana dai più deboli ma, Don Gallo la gente l’avvicina per davvero. Cristiani? Credenti praticanti? Niente di tutto ciò, per seguire gli insegnamenti di Gesù basta fare del bene e avere la speranza nel cuore di un mondo migliore, basta questo. Poi, secondo il Don, ognuno è libero di credere nella religione che vuole, in fondo non si deve imporre ma proporre. I Vangeli del Don, non sono quattro ma cinque, ce n’è uno anche secondo De Andrè, il suo amico Faber con il quale ha condiviso pensieri e chiacchierate soprattutto tra i carruggi notturni genovesi.
Ma di amici Don Gallo ne ha tantissimi, ne ha molti anche nelle carceri, barbari e prostitute in strada e molti drogati. Già i grandi amici tossici con i quali ha tirato su un ristorante a Genova: “la lanterna” e “non per farsi pubblicità” dice il Don “ma lì si mangia da Dio”. Che dire: questo Don è decisamente una persona speciale, una porta aperta, una spalla, un prete. E per farsi un’idea sull’uomo consigliamo la lettura di due dei suoi libri: "Come in cielo così in terra" e l'altro "Sono venuto per servire".
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Settanta anni fa un giovane sudafricano, appena ventiduenne, Nelson Mandela, decise di muovere i primi passi verso una serie di conquiste.
Mandela è oggi considerato un eroico combattente per la libertà. Leader del movimento anti-apartheid, organizzò anche azioni di sabotaggio e guerriglia. Segregato e incarcerato per ventisette anni durante i governi sudafricani pro-apartheid prima degli anni novanta.
Mandela rimase in prigione fino al febbraio del 1990 quando le crescenti proteste dell'ANC (African National Congress) e le pressioni della comunità internazionale portarono al suo rilascio avvenuto su ordine del Presidente sudafricano F.W. de Klerk. Mandela e de Klerk ottennero il Premio Nobel per la pace nel 1993.
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Jean-Baptiste Poquelin, detto Molière (1622-1673), non sembrava destinato dalla nascita a diventare attore e commediografo. Figlio del tappezziere del re, avrebbe assai plausibilmente intrapreso una comoda (e lucrativa) carriera nell'amministrazione pubblica, al pari di molti borghesi arricchiti con ansie di promozione sociale. E, invece, gli studi al collegio Clérmont, le amicizie con Chapelle e Cyrano de Bergérac, la frequentazione degli ambienti libertini (e forse delle lezioni di Gassendi), ma soprattutto l'incontro folgorante con la commedia dell'arte, lo indussero ad intraprendere l'ardua carriera dell'attore teatrale. Ardua, perché in quell'epoca - in cui pure i re si degnavano di ridere alle facezie di Arlecchino e di Pantalone – il mestiere dell'attore era considerato con sospetto, le attrici alla stregua delle prostitute, e le loro spoglie mortali indegne di trovare sepoltura in terra consacrata.
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Nelle varie epoche storiche la musica ha espresso forme e artisti che sono divenuti valori classici, assoluti, pur esprimendo il carattere dei tempi.
In tutto il mondo, si stanno svolgendo grandiose rappresentazioni delle opere di Giuseppe Verdi, l'uomo di campagna, di Roncole di Busseto, sul confine fra Parma e Piacenza.
Amato dal popolo e spesso snobbato da certi critici isolati nei loro esclusivi Circoli, Verdi nel creare le sue opere ha realizzato una stupenda sintesi fra ciò che era la grande cultura europea (Hugo, Schiller, Shakespeare) e l'anima spirituale e culturale italiana.
Verdi guardò anche (specie nelle sue ultime opere) a Mozart e Wagner, però egli diceva: " io sono un'altra cosa", intendendo le sue concezioni sul ruolo e l'origine della musica.
Possiamo dire che aveva fatto proprio il concetto di Beethoven secondo cui tutta la musica nasce dal popolo. I capolavori verdini sono: " La Traviata", "Otello" e "Nabucco".
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Sharbat Gula forse è un nome che a molti non dirà nulla, ma la sua fotografia è diventata famosa in tutto il mondo grazie a una copertina della rivista National Geographic del 1985. Nella foto spiccano i suoi occhi, due iridi di colore verde mare. In essi è possibile leggere la tragedia di una terra prosciugata dalla guerra e sono divenuti celebri come gli occhi della "ragazza afghana" fotografata ventisei anni fa da Steve McCurry. Per diciassette anni nessuno ha conosciuto il nome di quella tredicenne di etnia pashtun.
I pashtun sono un gruppo etnico-linguistico che vive principalmente nell’Est dell’Iran, nel Sud-Est dall’Afghanistan ed in alcune province dell’Ovest del Pakistan.
Sharbat Gula al tempo della foto, rimasta orfana da poco durante il conflitto sovietico-afghano, si trovava in un campo rifugiati in Afghanistan.
Steve McCurry ha raccontato in diverse interviste come ha scattato quella foto. Si trovava da poco nel campo profughi per documentare il calvario dei profughi dell’Afghanistan, quando la sua guida aveva iniziato a litigare con il capo del campo e lui si era allontanato per non essere immischiato nella discussione: "Ricordo il rumore e la confusione di quel campo profughi, vent’anni fa. Chiesi il permesso all’insegnante di entrare nella tenda della scuola femminile e fotografare alcune scolare.
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Stanley Kubrick, regista di grande spessore, ha lasciato il segno sul pianeta, come l’impronta di un sigillo sulla cera molle.
Nasce il 26 luglio 1928 nel quartiere del Bronx, a New York da famiglia austriaca ma di origine ebrea. Il giovane Stanley coltiva molti interessi, quali gli scacchi, la musica jazz e la fotografia. A tredici anni riceve in regalo la prima macchina fotografica ma il suo obiettivo è quello di diventare batterista professionista. Appare subito chiaro che il suo destino sarà un altro.
Il giorno dopo la morte del presidente Roosvelt, Kubrick, fotografa un venditore di giornali in lacrime e quello scatto diventa il primo di una lunga serie di foto in seguito ad una brillante carriera come fotografo di cronaca.
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Nella storia del calcio si sono succeduti tantissimi campioni contraddistintisi per la eccelsa qualità del loro gioco in campo, ma non tutti per le loro doti umane anche al di fuori degli stadi, nelle loro vite private. Roby Baggio, l’eterno ragazzo di Caldogno, è certamente uno di questi pochi, che oltre ad essere un grande campione nel calcio lo è anche nella vita quotidiana per le sue tante doti di umanità e sensibilità che lo portano ad interessarsi, ancora oggi, degli ultimi della terra e a far loro del bene, rimanendo fra l’altro un uomo semplice e umile, caratteristica di chi agisce sempre in maniera spontanea e pur avendo la consapevolezza del proprio valore non ne fa mai computo di superiorità.
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