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Li definiscono homeless. Sono persone

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mendicanti

Nuovi volti, vecchi bisogni. Hanno paura, provano colpa e vergogna, e sono ben consapevoli della propria condizione di esclusione sociale. Ma soprattutto, temono di rimanere invisibili. L'immaginario dell’homeless è sempre quello di una persona abbandonata sul marciapiede, che chiede l'elemosina, o che sta seduta sulla panchina di una stazione. Il vero barbone è quello che non chiede niente, fruga nei cestini.

Per dirla alla Mazzantini “I barboni sono randagi scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano di ciò che non hanno, ma anche di tutto ciò che ci manca.”
In strada ci arrivano quando la vita è franata,  senza possibilità di recupero. La storia che i senza tetto lo siano per scelta, è solo una leggenda metropolitana, che ha aggiunto pregiudizio al pregiudizio. La verità è altrove. E' nel loro sogno di avere una via di fuga da una vita di stenti ed esclusione sociale forzata, derivanti nella maggior parte dei casi dalla perdita di lavoro e affetti. Le difficoltà della vita spesso ci portano a fare delle scelte drastiche che mai avremmo preso in una situazione normale di vita quotidiana. Diventare barbone è un attimo, una fatalità. Sono quegli eventi che pensiamo capitino solo agli altri e mai a noi stessi, come se noi ne fossimo immuni. Eventi che, al di là della loro essenza di precarietà fisica e mentale, fanno proprio delle difficoltà di vita un'esaltazione dei valori umani e della vita. Ma la vita è fatta di sconfitte e rivincite in un loop continuo: si cade e ci si rialza, e così via. Capita a chiunque di cadere, magari per delle scelte di vita sbagliate, oppure incorrere in errori e disavventure di cui si è costretti poi a pagarne le conseguenze con un'esistenza votata a rincorrere i propri errori. Consapevoli dello stigma e del pregiudizio, queste persone hanno paura di perdere il contatto con la realtà, soffrono la mancanza degli affetti o la rottura di quell'equilibrio familiare che li ha portati a vivere in strada. Quando pensiamo alla povertà, di solito, la  mente vola all’India, all'Africa ai pesi del Terzo Mondo o in via di sviluppo. In realtà la povertà è dietro l'angolo: le nostre città sono popolate da senza dimora, e persone che vivono o sopravvivono con meno di 500 euro al mese. La tesi di fondo è che la povertà non si cura  con lo sviluppo economico abbandonato a sé stesso e ai propri sistemi. Non c'è nessuna mano invisibile che prende i soldi in un paese e li ridistribuisce tra i suoi abitanti, anzi. Torna poi la spesso volutamente dimenticata questione meridionale: il 48,9  per cento delle famiglie vive nel Mezzogiorno (La povertà del Sud Italia è di 4-5 volte maggiore rispetto a quella del Nord) dove ancora si trovano nuclei con più figli, e dove i redditi sono in media più bassi. Insomma avere bambini al Sud, significa relegarli in fasce a rischio di povertà, molto spesso in percorsi di immobilità sociale.  Ci vorrebbero soluzioni vere. E invece i senza casa aumentano. Molta gente non sa che spesso i barboni sono persone normali che non ce la fanno a reagire, ed escono dalla società senza che nessuno se ne accorga. È dunque di sconfitta che si deve parlare? Perché non si riesce a uscire dalla logica perversa di un assistenzialismo che sta dando risultati tanto scarsi? Il marketing assistenziale è fallito. Per il futuro l'unica prospettiva affidabile sarà  quella delle strategie territoriali integrate: piani di azione a lungo termine con cui accostarsi alle questioni sociali, facendo perno sui territori e promuovendo l’integrazione. Una bella sfida per le regioni.

 

 

 


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Autore di questo articolo: Benedetta Maffia

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