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Il disastro di Barletta

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Nella  prima metà degli anni cinquanta del secolo appena concluso Tomasi di Lampedusa riferendosi alla unità d’Italia che stava descrivendo attraverso i pensieri del Principe di Salina scrisse: “tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli,... e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”.

La componente più repellente del mondo vivente è certamente costituita dai divoratori di cadaveri. Tra i mammiferi abbiamo le iene; tra i vegetali i saprofiti e tra gli umani i becchini e i giornalisti. Appena si avverte odore di sangue aggrumato in via di putrefazione i giornalisti accorrono in massa da ogni parte del globo per rubare un fotogramma o un particolare da sbattere in prima pagina e solleticare i più bassi istinti dei sonnecchianti cittadini. Se poi crolla un'intera palazzina in una città del sud travolgendo dei lavoratori e la figlia del datore di lavoro ancora meglio: quel piccolo imprenditore da evidente vittima del fato diviene colpevole del disastro e sfruttatore (termine adatto ai comunisti prima maniera) ed evasore (termine invece diretto ai neocomunisti filo confindustriali); in ogni caso populismo e demagogia a palate.
Ognuno vede che la burocrazia comunale avrebbe dovuto vigilare e lo ha fatto con la consueta incompetenza; ognuno sa che le autorità economiche nazionali, europee e locali avrebbero dovuto evitare o attenuare gli effetti della crisi e non lo hanno saputo fare anzi l'hanno molto aggravata con manovre esplicitamente penalizzanti il lavoro, l'impresa e i consumi; la mondializzazione che i luoghi comini e la colpevole disinformazione dei poteri forti ed occulti ci hanno propinato come portatrice di radiose opportunità ci ha portato lo squallore dei sottoscala cinesi o indiani o delle favelas brasiliane entro le mura delle nostre millenarie città.
Tutto ha congiurato per spingere le componenti più deboli dell’economia nel baratro, dove sono effettivamente cadute. E non gli si stringe attorno per solidarietà contro le cause vere, vicine e remote del disastro ma si arriva a colpevolizzare la vittima per nutrirsi della sua disgrazia.
In tutto questo la profonda incompetenza della stragrande maggioranza dei colleghi giornalisti e il facile abuso dei luoghi comuni della disinformazione di massa portano i novelli saprofiti dell'informazione ad abbeverarsi del sangue ancora caldo dei cadaveri e mettere alla berlina della colpa la vittima del disastro di Barletta.
Questa è la situazione peraltro esplicitamente visibile a tutti.
Nella  prima metà degli anni cinquanta del secolo appena concluso Tomasi di Lampedusa riferendosi alla unità d’Italia che stava descrivendo attraverso i pensieri del Principe di Salina scrisse: “tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso un secolo, due secoli,... e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”.
Così è stato.

 


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Autore di questo articolo: Canio Trione

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