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Cedolare secca: un fallimento

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A sei mesi dall'entrata in vigore della “cedolare secca”, il regime opzionale di tassazione introdotta dal Decreto sul “federalismo fiscale”, non si rileva nessuna diminuzione dei canoni né aumenti significativi nella regolarizzazione di contratti in nero.
A quanti sostenevano che questo provvedimento avrebbe avuto effetti positivi sulla dinamica degli affitti la realtà risponde confermando quanto invece già previsto e denunciato dalla CGIL e dal SUNIA: un provvedimento con vantaggi solo per i proprietari, particolarmente per quelli con redditi alti, senza nessuna contropartita in termini sociali.
Il “regalo dello Stato ai proprietari”, non ha comportato un analogo “regalo dei proprietari agli inquilini”. Com'era prevedibile. E’ illusorio pensare che una riduzione della pressione fiscale possa produrre automaticamente una analoga e spontanea riduzione del livello dei canoni.
Al contrario si prevede che la cedolare secca, rendendo ai fini fiscali sostanzialmente indifferente per un proprietario stipulare un contratto a canone libero, piuttosto che a canone concordato, produrrà col tempo un aumento dei canoni in quanto i contratti, in fase di rinnovo, verranno presumibilmente mutati da concordati a liberi e si allineeranno sui valori di mercato.
In una fase di grave difficoltà per le famiglie che vede l'acuirsi della crisi che investe oggi il sistema abitativo, la cedolare secca potrebbe di fatto sancire la fine del canale concordato previsto dalla Legge 431/98, e la sopravvivenza delle sole condizioni di mercato, vanificando le positive esperienze contrattuali realizzate in passato. Un mercato dai canoni “illimitati” solo a favore della rendita.
CGIL e SUNIA hanno monitorato i canoni nelle 11 aree metropolitane secondo le offerte dei privati. Il canone medio si attesta su 1.050,00 euro mensili. I canoni medi maggiori si rilevano a Milano e Venezia (1.400,00 euro/mese), Firenze e Roma (1.300,00 euro/mese). In media con il livello nazionale è il canone richiesto a Bologna (1.100,00 euro).
Inferiori quelli di Napoli (950,00), Genova (800,00) e Torino (750,00). I canoni più bassi sono richiesti a Palermo (700,00), Bari e Catania (650,00).
I canoni rilevati a giugno settembre 2011, sono sostanzialmente in linea con quelli del 2010, ma bisogna considerare che negli ultimi dieci gli aumenti nel nostro Paese sono stati mediamente del 150%, con punte del 165% nei grandi centri urbani. Un livello insostenibile che vede l'esclusione di fasce di popolazione sempre maggiori dal mercato.

 


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Angelo Garofoli collabora con noi da Lunedì 02 Novembre 2009.

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