Essere disoccupati non è questione di destino ma soprattutto l’esito di una politica che ignora la vera emergenza nazionale
In questi mesi si susseguono come bollettini di guerra i dati Istat e Ocse sullo stato della disoccupazione in Italia e nel mondo. È questa la vera emergenza. Non intercettazioni, né martellate alla Costituzione. 8,7% il tasso dei disoccupati in Italia a maggio 2010, secondo l’Ocse. Il dato più alto dal dopoguerra. La crisi finanziaria ed economica ha falcidiato milioni di posti di lavoro, gli operai sui tetti delle fabbriche ne sono stati il simbolo drammatico così come gli operai che hanno occupato l’isola dell’Asinara.
Si sono presi così la visibilità che gli era stata sottratta. Perché oggigiorno, se non appari sui media, non esisti. C’è uno strabismo lampante tra la realtà percepita in TV e quella vissuta dalla gente. Sono tanti i senza lavoro che arrancano nelle città e nelle periferie, operai e imprenditori, “servi” e “padroni”, tutti in balìa di un mercato spietato che colpisce chi è più debole e non ce la fa a restare a galla. Ma i più bastonati, oramai siamo in tanti a ripeterlo, sono i giovani. Uno su tre in Italia è disoccupato, e non importa quale sia il titolo di studio, laureato o diplomato , il destino è lo stesso. La generazione Starbucks, la chiamano in America, perché questi ragazzi in cerca di lavoro si ritrovano nella celebre caffetteria e vi stazionano per ore consultando, grazie al collegamento gratuito wi-fi, tutti i siti che offrono occupazione, socializzando e allontanando così l’ ombra della solitudine e della depressione. Pur di lavorare, i giovani si inventano forme nuove di opportunità e organizzazione, è arrivato da poco in Italia infatti, il fenomeno del cowo, il coworking, che consiste nel creare una rete, un hub di giovani professionisti e creativi che condividono lo stesso ufficio, affittando “scrivanie”, postazioni di lavoro attrezzate, a ore, al giorno, al mese, moltiplicando così le possibilità di collaborazione e di scambio.
Eppure, quanta pena dietro quelle cifre della statistica che mostrano impietose quasi il 30% di disoccupazione giovanile e che rimandano a vite spese nella speranza di un futuro da mettere in gioco. Ha suscitato clamore la lettera aperta che Pier Luigi Celli, direttore della LUISS di Roma, qualche tempo fa ha inviato al figlio neolaureato: scappa dall’Italia, diceva. Questo non è un paese per giovani e anche coloro che un tempo erano giovani attendono ancora in fila il proprio turno. Quarantenni precari nella scuola, manovalanza intellettuale a buon mercato perché tanto, ci dicono, il sapere non è vitale, la scuola pubblica è uno sperpero vano di risorse che quindi vanno tagliate senza remore. Gli invisibili. Generazioni al macero sorrette soltanto dalle famiglie e da un assegno temporaneo di disoccupazione nel migliore dei casi, “questa è l’unica epoca – dice il protagonista della pellicola Generazione mille euro – in cui i figli stanno peggio dei padri, e la nostra risposta qual è? Mangiare sushi?”.
Una vera sorpresa poi, la percentuale degli “inattivi”, cioè, di coloro che sono spariti dalla scena sociale, non cercano più un lavoro, non sono nemmeno iscritti alle liste di collocamento, sono il 37,7% e vivono per lo più al Sud e in Veneto. Li chiamano NEET (not in education, employement or training): non studiano, non lavorano, non si formano, di loro sanno solo le famiglie e gli amici che li mantengono. Vi sono poi, gli occupati che faticano ad arrivare a fine mese, i working poor, i poveri con un lavoro, anche loro fantasmi in una società di Grandi Fratelli felici e isole esotiche di intrattenimento.
Il saldo 2009 tra pensionamenti e nuove assunzioni è negativo: 1 milione 237mila posti in meno. In una società sbilanciata dalla parte degli anziani, con il blocco delle assunzioni e il mancato rinnovo dei contratti a termine, i giovani restano al palo. “Oggi i giovani vivono erodendo la ricchezza dei padri, - scrive Galimberti – ma non avranno ricchezza da far erodere ai loro figli, che saranno la prima generazione veramente senza futuro. Ma siccome lo sguardo dei governanti non si allunga oltre la propria biografia, di questa mancanza di futuro, al momento, nessuno si occupa.” Per creare ricchezza bisogna lavorare e per crescere bisogna investire in conoscenza e in nuove risorse umane. Questa è stata chiamata “la crisi delle opportunità”, e allora, alla luce di questi dati innegabili, bisogna che la politica e le imprese diano un’occasione a questi ragazzi da troppo tempo senza voce, non lasciamoli invecchiare nelle nostre case o all’estero, sono loro il progetto forte per rilanciare il paese.

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