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Google condannata dai giudici italiani: censura o forma di tutela?

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Google si è recentemente trovata sul banco degli imputati per il caso "Vivi Down", un caso giudiziario importante, che potrebbe scrivere una pagina della storia della democrazia digitale, ma svoltosi senza un sufficiente livello di attenzione da parte dei media tradizionali e la necessaria consapevolezza del popolo della Rete.
L'Associazione che tutela le persone disabili ha denunciato la filiale italiana di Google per non aver rimosso tempestivamente un video di bullismo da YouTube. Messo in rete l’8 settembre del 2006, il filmato ritraeva un portatore di handicap vessato dai compagni di scuola in un istituto di Torino.
I vertici di Google, accusati dalla procura di Milano per "illecito trattamento dei dati e diffamazione", ha dapprima visto la richiesta da parte del pubblico ministero di quattro condanne tra sei mesi e un anno, e successivamente una condanna pronunciarsi a loro sfavore. Il giudice, in particolare, ha condannato a sei mesi di reclusione (pena sospesa) David Carl Drummond, ex presidente del Cda di Google Italy e ora senior Vice presidente, George De Los Reyes, ex membro del Cda di Google Italy e ora in pensione, e Peter Ieischer, responsabile delle strategie per la privacy per l'Europa di Google Inc. I tre sono stati condannati per il capo d'imputazione di violazione della privacy, mentre sono stati assolti per quello relativo alla diffamazione.
Un precedente che costringerebbe anche Facebook, Libero Video, Dailymotion e altri a trovare il modo (a costi difficilmente sostenibili) di controllare e censurare preventivamente tutti i contenuti, foto, video, documenti, gruppi, che gli utenti pubblicano e creano.
Marco Pancini, responsabile dei Rapporti istituzionali per la sede italiana di Google, nei giorni del processo ha dichiarato: "Ogni minuto nel mondo vengono caricate sul sito di video sharing qualcosa come 13 ore di video, che non potrebbero tecnicamente essere soggette a una visione informata da parte del provider. Noi forniamo gli strumenti agli utenti, la responsabilità di quello che mettono online è loro. Non potremmo mai arrogarci il diritto di scegliere cosa può andare bene e cosa no sulla Rete".
Ultimo caso in ordine di tempo quello del gruppo Facebook che istigava alla violenza contro le persone affette da Sindrome di Down, chiuso un meno di quarantotto ore dopo le centinaia di segnalazioni e denunce pervenute alla Polizia postale. Delle scorse ore la notizia che il fondatore del gruppo è stato individuato e ora dovrà rendere conto alla giustizia del suo operato.
Tuttavia è legittimo porsi alcuni interrogativi: a chi affidare la responsabilità dei contenuti pubblicati in Rete dagli utenti? Deve essere affidata a chi fornisce piattaforme di sharing la responsabilità di censurare i contenuti preventivamente? Si creerà una specie di "corpo di controllori" dei contenuti caricati dagli utenti? Rispetto a quali principi? Stabiliti da chi?
Come c’è scritto nella lettera aperta inviata alla Federal Communications Commission, l’agenzia federale che si occupa delle telecomunicazioni negli Stati Uniti: "Un Internet 'aperto' è il combustibile per un mercato competitivo ed efficiente, dove i consumatori sono liberi di fare le proprie scelte finali sui prodotti che hanno successo e quelli che falliscono".
Quindi una Rete aperta, libera e neutrale è come condizione imprescindibile per lo sviluppo economico e baluardo della libertà di espressione, identità, creazione, evoluzione.
Allora chi ha interesse a dare una svolta autoritaria alla Rete, a restringerne i campi di libertà?
Dopo la sentenza di condanna molte sono state le reazioni, alcune delle quali preoccupate di un atteggiamento censorio da parte della politica e della giustizia italiane.
Hacker TV, un video che risale al 2006, diceva "Così come non potete accusare l’aria per il suono che trasporta, non potete accusare la Rete di trasportare bit negativi".
Sulla scotta di questo motto, il blogger Massimo Micucci - che accusa magistratura e politici di assumere un atteggiamento simile a quello delle autorità cinesi - ha lanciato una provocazione.
Così si legge nella sua pagina Internet (http://mondopiatto.blogspot.com/2010/03/spegnete-internet-in-italia.html): "Chiudete la baracca. Da Google al più piccolo blogger. Spegnete Internet, o i vostri servizi sulla rete in Italia, per una settimana. Niente motori di ricerca, niente Wikipedia, niente Amazon, niente YouTube, niente notizie su Google News, niente traduzione automatica, niente E-mail, niente file da scaricare, testi, documenti, slides on-line... E calcoliamo quanto ci rimettono tutti. Magari potremmo scoprire si essere su un mondo che è cambiato e riconsiderare tutto".


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Autore di questo articolo: Angela Pansini

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